Assicurazioni

FAI LE SCELTE CONSAPEVOLMENTE

Come sarebbe per te se… uscissi di casa adesso e non potessi più tornarci… perché perdi la vita, perché scoppia un incendio al piano di sotto, perché un terremoto la distrugge…

Cosa potrebbe esserti di aiuto se una di queste cose ti accadesse davvero oggi? Come ti sentiresti se tu potessi averla adesso? Cosa ti impedisce di averla? E cosa puoi fare per averla?

Cos’altro ti sarebbe utile? Puoi averlo? Se non puoi averlo, cosa te lo impedisce? Puoi farne a meno? Con quali conseguenze? Cosa è meglio per te tra sopportare le conseguenze del non avere ciò che ti serve e fare qualcosa per poter avere ciò che ti serve? Cosa potresti fare?

Puoi scegliere di parlare con me e così cercare di capire ed informarti meglio, per avere la consapevolezza delle tue scelte di vita.

Il risparmiatore italiano è rimasto ai titoli di Stato e agli immobili

Dal dopoguerra ai giorni nostri tre fattori hanno condizionato la vita finanziaria degli Italiani:

  • un stato sociale molto sviluppato e concolone (privilegi)
  • tassi di interesse molto elevati (anche oltre il 10%)
  • boom immobiliare (1° e 2° casa, investimento)

Questi tre fattori combinati tra loro hanno portato gli italiani e crogiolarsi sugli allori e a NON maturare una sana e consapevole pianificazione finanziaria dei propri soldi.

A partire dal dopoguerra fino a qualche decennio fa, siamo stati accuditi da un “buon padre di famiglia”: lo stato. Una mano invisibile ma sempre presente che proteggeva le nostre vite dalla culla fino alla  pensione. Scuola, sanità, servizi pubblici, cassa integrazione, assistenza per invalidità, previdenza, etc.. erano tutti servizi offerti dal nostro stato sociale.

Abbiamo vissuto per oltre 70 anni protetti da una spessa campana di vetro che ha fatto maturare nella nostra testa convinzioni e comportamenti finanziari che nel tempo sono divenuti abitudini consolidate. Non era necessario preoccuparsi economicamente di eventuali cure mediche per malattia, né di  pagare la scuola o l’università dei figli, men che meno di accantonare qualche soldo per la vecchiaia in quanto tutto, ma proprio tutto, era garantito ed assicurato dallo Stato.

In ragione di questo stato di cose gli italiani  hanno eliminato dalla loro vita finanziaria il concetto del TEMPO, non era percepito importante trasferire nel tempo i propri risparmi, investendoli  per periodi più o meno lunghi, perché alle incertezze del futuro ci pensava lo “stato”:
non ho bisogno di investire nel lungo periodo per coprire le mie esigenze future, a quelle ci pensa lo stato sociale.

In questo modo non bisognava rinunciare oggi al risparmio, non serviva spostare il denaro dal conto corrente verso delle soluzioni per impiegarlo nei prossimi 10 o 20 anni al fine di realizzare un obbiettivo o di soddisfare un’esigenza.

Tanto se andava dopo 20 anni c’era sempre il supporto della mano invisibile dello stato che garantiva quell’esigenza. Per questo motivo era percepito molto conveniente lasciare i soldi risparmiati sempre disponibili, in modo da poterli utilizzare liberamente ad ogni evenienza.

Fig. 1  Ancora oggi la liquidità nei portafogli degli italiani la fa da padrone in tabella i dati del 2016 elaborati da Prometeia – IPSOS relativi all’anno 2016

E fu proprio così che gli italiani hanno messo i loro soldi nei Titoli di Stato (BOT, CTZ, CCT) e nei Buoni Postali, si trattava di  titoli garantiti dallo stato con scadenza a breve, medio termine  ( 3/6/12 mesi, 2/7 anni) e rendimenti elevati.

Il successo del  Bot e del Libretto Postale era dovuto principalmente a tre fattori: erano  SICURI, LIQUIDABILI e RENDEVANO BENE. Tutto quello che gli italiani desideravano.

Fig. 2. Fonte: Mediobanca (dati 1984- 2016)

Negli anni ottanta, ad esempio, un BOT poteva rendere in media il 15% fino ad arrivare a punte del 22%! Ed anche se il rendimento “reale”, cioè quello al netto dell’inflazione (vedi fig.2), spesso risultava essere negativo, pochi se ne preoccupavano, tutti erano persuasi del fatto che si stesse facendo un affare.

Fu proprio grazie alla sottoscrizione di questi strumenti che il risparmiatore italiano:
si convinse che era sempre possibile investire nel breve periodo con un alto rendimento e senza correre rischi

La presenza di uno stato sociale forte spinse poi i risparmiatori italiani sin dagli anni cinquanta, a maturare l’idea di poter acquistare la prima casa magari facendo un mutuo e dando come anticipo i pochi risparmi accumulati.

Dipendenti, artigiani, piccoli imprenditori, commercianti, tutti ad indebitarsi per  costruire o acquistare casa ed anche qui, lo si poteva fare con serenità, sempre perché lo stato garantiva l’assistenza per ogni cosa. E  chi proprio non poteva permettersi una casa tutta sua? La risposta a questo punto è semplice, godeva degli alloggi popolari costruiti dallo stato.

In questi anni il risparmiatore italiano si convinse che:
l’investimento più sicuro e redditizio è l’immobile

Non pensate che odio la casa, è una buona cosa, l’accumulo di ricchezza attraverso beni immobiliari è stato molto importante per il nostro paese, anche se bisogna comprendere che oggi tutti questi immobili risultano poco protetti, lasciati in balia del tempo e del meteo. Meno del 30% delle case comprese le case dove si abita posseggono una copertura assicurativa.

In questo modo gli italiani devono usare la loro liquidità (cifre importanti migliaia e decine di migliaia di euro) per coprire gli imprevisti quando con qualche centinatio di euro (3/4 € al giorno) possono acquistare una protezione migliore.

Oggi il mercato è completamente differente e nella pianificazione del nostro patrimonio non affiancare all’investimento immobiliare un altrettanto importante protezione assicurativa è un enorme errore.

Fig.3. Fonte: Il Sole 24 Ore su dati Banca d’Italia.

Se diamo uno sguardo alla ricchezza complessiva degli italiani vediamo che su 10.000 Miliardi di euro ben il 60%  è in immobili e meno di 1/3  (31%) in attività finanziarie.

Il paradosso è che negli ultimi dieci anni, se da un lato, si è notevolmente ridotto  il valore delle abitazioni rispetto ai primi anni del 2000, dall’altro, la quota di immobili sulla ricchezza netta è aumentata di oltre il 2% dal 2005 al 2017. Attualmente oltre il  70% degli italiani detengono almeno un immobile. (Fonte: ISTAT – RAPPORTO ANNUALE 2019 | La situazione del Paese – 20 giugno 2019). Questo dimostra come ancora oggi molti italiani  considerino l’acquisto di una casa come l’unico investimento sicuro e conveniente, capace di generare attraverso la locazione un’ottima rendita.

Troppo spesso però queste convinzioni si fondono solo sul percepito, senza essere confutate da precisi calcoli, in grado di dimostrare l’effettiva convenienza di un simile investimento. Chi è intenzionato ad investire in immobili in modo consapevole non si affida alle percezioni, alle sensazioni del momento, ma si concentra sugli effettivi dati finanziari  facendo “di conto”  e confrontando tale risultato con eventuali investimenti alternativi.

Insomma bisogna imparare che lo “Stato Sociale” con la sua mano invisibile non è più presente come una volta, non  ci sono più “pasti gratis” molti servizi non sono più garantiti e dovremmo pensarci noi con i nostri risparmi. Si riducono in modo drastico ed irreversibile l’assistenza sanitarie garantita per malattie, infortuni, inabilità.

Le continue riforme previdenziali, hanno  ridimensionato l’assegno pensionistico che incasseremo nel periodo post-lavorativo. Il sistema scolastico  pubblico sempre più in difficoltà per mancanza di fondi, costringe le famiglie che vogliono offrire ai loro figli una formazione di qualità a sostenere elevati costi.

E così via…

Infine, se in questo nuovo scenario (riduzione stato sociale, riduzione del valore reale degli immobili) consideriamo anche  che i tassi di interesse si sono praticamente azzerati (l’epoca del 20% annuale sui BOT  non tornerà più) diventa chiaro che dobbiamo cambiare modo di pensare.

Questo costante ed inesorabile cambiamento sociale, ci dice che è doveroso passare dalla gestione del risparmio alla pianificazione degli investimenti. Per fare ciò bisogna comprendere bene la reale differenza tra risparmiatore ed investitore.

Il risparmiatore è colui che trattiene una parte del proprio reddito e la lascia lì, in bella mostra sul conto corrente o nel cassetto di casa, in attesa di consumarla in futuro per un evento imprevisto o per l’acquisto di un bene. Non pianifica, non si pone obiettivi. Accumula i risparmi in attesa di “fare qualcosa”.

L’investitore invece, non si accontenta di accantonare parte del suo reddito ma vuole qualcosa in più, vuole aumentare la sua ricchezza impiegando i suoi risparmi nel tempo. Nel fare questo l’investitore si priva dei suoi risparmi per un periodo definito con l’intento di far crescere il capitale investito in modo da raggiungere un preciso obiettivo di vita (ad es. procurarsi la somma necessaria per iscrivere il figlio ad un master all’estero).

Certo il salto culturale non è semplice, quasi settant’anni di credenze e convinzioni stratificate nel tempo sono difficili da abbattere.

Bisogna cambiare modo di pensare e farsi aiutare da un buon pianificatore/consulente

La prudenza degli italiani un boomerang per i loro soldi

Questo articolo segue il precedente sui soldi degli italiani lasciati a marcire si proprio a marcire sui conti correnti e libretti bancari e postali.

Se avessimo investito mille euro 10 anni fa sulle Borse, sulle obbligazioni, sull’oro o lasciati sul conto corrente? Oggi quanto valgono , fonte dei dati “Il sole 24 Ore” e “AdviceOnly”.

Ricordo a tutti i risparmiatori italiani, che loro circa 1400 miliardi su 4200 parcheggiata sui conti correnti o sotto il materasso, sono convinti che così proteggono bene i loro risaprmi perchè è meglio evitare i mercati finanziari. Eppure, se si guarda la storia più o meno recente, si scopre che in termini di potere d’acquisto sono proprio il «materasso» e i conti correnti/libretti a svalutare veramente i risparmi. Non le Borse o le obbligazioni.

Mille euro lasciati sul conto corrente dieci anni fa, oggi infatti valgono (in termini di potere d’acquisto e dunque considerando l’inflazione) solo 875 euro. Mentre gli stessi mille euro investiti sempre 10 anni fa sulle Borse globali oggi ammontano (sempre in termini di potere d’acquisto) a 2.241 euro. E se investiti sulle obbligazioni globali risultano diventati 1.156 euro.
La crisi, la crisi intanto dopo 10 anni i soldi BEN investiti sui mercati azionari di tutto il mondo sono moltiplicati X 2

AZIONI E BOND BATTONO IL CASH

Quanto sarebbero diventati 1000 euro investiti in azioni, bond e cash in vari archi temporali. Performance in termini reali, cioè tenendo conto dell’inflazione. Dati in euro. (Fonte: AdviseOnly)

Questi calcoli, realizzati per Il Sole 24 Ore da AdviseOnly, non vanno fraintesi. Non vogliono infatti dire che i mercati finanziari non abbiano rischi. O che garantiscano guadagni facili. O che le performance passate siano indicative del futuro. Tutt’altro, sia chiaro. Questi numeri mostrano però che i mercati finanziari non sono qualcosa da evitare a tutti i costi come tanti italiani fanno. Guardando i dati e le performance di tutte le principali asset class, si può infatti avere una prospettiva diversa rispetto alla retorica spesso dominante. Una prospettiva utile. Perché i numeri che arrivano dai mercati questo raccontano: mettere i soldi sotto il materasso è il modo migliore per perderli, per farli erodere da quel tarlo invisibile e silenzioso chiamato inflazione. Investirli sui mercati, con una buona diversificazione, può offrire invece migliori opportunità.

Il Contante vede solo una lenta e inesorabile erosione del potere d’acquisto: mille euro in 20 anni si sarebbero praticamente dimezzati. Ripetiamo: questo è in termini reali, tenendo costo dell’inflazione. Significa insomma che mille euro sotto il materasso sarebbero ancora mille euro nominali, ma il loro potere d’acquisto si sarebbe dimezzato. E sui conti correnti l’erosione non cambia: ormai i rendimenti medi sono – secondo Bankitalia – pari a 0,37% e i costi di gestione sono saliti a 86,90€ medi annui.

Il potere della diversificazione
Se questi sono i dati generali, nello specifico non tutti i mercati sono andati bene. Mille euro investiti nella Borsa di Milano 20 anni fa, per non andare troppo lontano, oggi equivarrebbero in termini reali a 676 euro. Un’erosione del potere d’acquisto non pari a quella del cash, ma neppure minima. Ma la Borsa di Milano è l’unica che in un arco temporale così lungo avrebbe bruciato i risparmi: i mercati emergenti, le azioni europee, quelle Usa o giapponesi, ma anche le obbligazioni emergenti o Usa hanno infatti tutti regalato performance positive in 20 anni. E anche in archi temporali più brevi. Questo dimostra che bisogna sempre evitare di puntare non solo su un unico titolo, ma anche su un unico mercato: diversificando si riducono i rischi.

Quanto valgono oggi 1000 euro investiti in varie asset class in diversi archi temporali. Performance in termini reali, cioè tenendo conto dell’inflazione. Dati in euro. (Fonte: AdviseOnly)

Alla fine cari italiani, le soluzioni per risolvere le vostre esigenze e raggiungere i vostri obiettivi ci sono, quello che dovete fare è una bella PIANIFICAZIONE del vostro denaro.
Il fai da te lo sconsiglio, meglio rivolgersi ad uno specialista del risparmio.

Daniele Bioletto Consulente Finanziario – Specialista Vita

Il Risparmio degli Italiani una cosa seria, un cambio di paradigma dal rendimento al rischio

Gli Italiani con i loro risparmi e investimenti erano abituati bene e continuano tutt’oggi a voler vivere o rivivere i bei tempi passati.

Fino a 10 anni fa lo scenario dei risparmiatori italiani era il seguente:

  • alti rendimenti delle obbligazioni,
  • titoli di stato privi di rischi,
  • sicurezza del sistema bancario,
  • continua crescita dei valori immobiliari,
  • supporto dello Stato nelle spese sanitarie,
  • elevate prestazioni pensionistiche garantite anche in giovane età (negli anni ottanta ad un insegnante bastavano 19 anni di contributi per andare in pensione, abbiamo avuto pensionati a 38/40 anni di età!).

Gli Italiani vivono in un mondo insostenibile nel lungo termine e soprattutto dove il conflitto tra le generazioni è stato amplificato e reso anch’esso insostenibile.

Queste condizioni economico-sociali particolarmente vantaggiose, hanno sortito due effetti importantissimi nella vita del risparmiatore italiano:

  1. il primo di natura patrimoniale, grazie alla massiccia presenza dello Stato in tutti gli aspetti della vita (scuola, sanità, pensione, lavoro etc..) gli italiani sono stati in grado di accumulare tanta ricchezza per la maggior parte destinato agli immobili;
  2. il secondo effetto è molto più importante e delicato, questa protezione “continua” dello stato su ogni aspetto della vita sociale ha generato la convinzione che “il rischio non esista” o meglio che non sia un fattore da considerare nella nostra vita finanziaria e patrimoniale, si può vivere scegliendo di non rischiare nulla.

Il fatto stesso che lo Stato garantiva la “patrimonializzazione” delle banche, il pagamento dei titoli di stato, la pensione ai nostri padri, le cure mediche alla nostra famiglia, la scuola, il lavoro etc.. ha reso inutile per decenni il dover fare i conti con il controllo e la gestione di eventuali rischi che potevano ricadere sulla propria persona o sulla propria famiglia.

In questo modo gli Italiani non sono stati abituati a prendersi cura di se stessi e della propria famiglia sotto l’aspetto della protezione di eventi, che oggi sono molto probabili o quasi certi, e che portano alla disperazione, al pessimismo e al fatalismo.

La perdita del reddito dovuto a premorienza di un famigliare, un evento naturale che colpisce la casa o l’azienda, un infortunio o una malattia, la pensione futura, la scuola o l’università per i nostri figli, la non autosufficienza personale o di un famigliare, non serve protezione ci pensava lo Stato.

Tutte queste garanzie offerte dallo Stato, però, avevano un nome ben preciso: debito pubblico. Lo stato per mantenere le sue promesse e proteggere i propri cittadini si indebitava anno su anno, trasferendo il problema alle generazioni future!

La crisi del 2008 ha spazzato via una serie di paradigmi e convinzioni a cui il risparmiatore italiano si era aggrappato per oltre mezzo secolo e a cui è ancora aggrappato nel settore del risparmio e della previdenza, attraverso i quali era riuscito ad accumulare uno stock di ricchezza che ancora oggi tiene in piedi il nostro paese, i nonni che aiutano economicamente e non solo figli e nipoti.

Ecco, noi oggi siamo quelle generazioni future! Oggi il debito è divenuto insostenibile e le garanzie fino ad ora offerte a cuor leggero dal nostro Stato stanno cedendo ad una ad una.

Si riduce l’assistenza sanitaria, si rivedono le prestazioni pensionistiche, si ridimensionano tutti i servizi sociali, si azzera il rendimento dei titoli di stato e si elimina anche la garanzia di un sicuro rimborso dello stato.

Le banche non hanno più il sostegno pubblico ed in caso di fallimento a pagare saranno direttamente i risparmiatori clienti di quella banca (BAIL IN).

Nel 2019 il focus dei risparmiatori deve cambiare, non può essere orientata solo all’accumulo di capitale ma anche e soprattutto alla protezione della famiglia nella sua completezza e del capitale stesso.

Il grande e vero problema è che ancora oggi pochi italiani sono consapevoli di questa trasformazione in atto e continuano a comportarsi come se nulla fosse cambiato.

Si comprende, allora, perché ancora oggi gli Italiani chiedono: “si, voglio investire i miei risparmi, avere un discreto guadagno ma non voglio rischiare nulla!”

Ecco che in questo nuovo contesto gli italiani devono imparare ad ascoltare discorsi di pianificazione finanziaria all’interno del più ampio scenario della gestione dei rischi personali,  familiari, professionali, patrimoniali e sociali.

Perché il tempo di lasciare i soldi a marcire sul conto corrente per il famoso “NON SI SA MAI” è finito la gestione del rischio deve essere affrontata e risolta con gli strumenti adatti, la protezione assicurativa.

Continuare a parlare di rendimenti (quanto mi rende?) è un approccio totalmente sbagliato per la vita reale di oggi, la vera domanda è: come mi proteggo dai rischi?

Semplice e Vincente

Una strategia semplice per risparmiare il denaro necessario insieme ad una strategia vincente per l’investimento finanziario e abbiamo fatto la differenza tra essere ricco ed essere povero.

Il modo migliore per risparmiare denaro è rendere automatica l’abitudine di mettere soldi da parte, come afferma Brigitte Madrian, economista comportamentale e preside della Marriott School of Business della Brigham Young University.

Se non sei bravo a risparmiare, non è colpa tua. Il nostro cervello non è fatto per concentrarsi sul futuro, quindi si sta lottando contro milioni di anni di evoluzione. La buona notizia è che c’è un modo semplice per vincere questa battaglia: rendere il risparmio automatico.

Tecnicamente il suggerimento di Madrian è di apportare decurtazioni nella propria busta paga, perché “il denaro che non si vede mai è il denaro che si rischia molto meno di perdere”.

Rendendo automatico il risparmio, avremo successo e ci sono prove evidenti del fatto che questa strategia funziona davvero, molto più di quanto pensassimo”.

L’esempio che porta l’esperta è nel Regno Unito dove il legislatore negli ultimi dieci anni ha introdotto una legge che richiede ai datori di lavoro di iscrivere i loro dipendenti in un programma di risparmio pensionistico. Secondo Charlotte Clark, direttrice del programma per il governo del Regno Unito, ognuno dei 1,2 milioni di datori di lavoro nel Regno Unito partecipa e a programma iniziato i dipendenti hanno risparmiato il 2% del loro stipendio. Nell’ultimo anno, il programma ha portato questa quota di risparmio al 5 per cento. Un esempio che potrebbe essere seguito da altri paesi.  Negli Usa ci sono i fondi 401(k) a cui l’esperta suggerisce di iscriversi quando lo offre il proprio datore di lavoro “perché puoi iscriverti una volta sola e poi te ne dimentichi”. Solo così, mettendo da parte i risparmi che ti servono, puoi pensare a goderti la vita.

Il risparmio e l’investimento sono profondamente mutati negli anni. L’investimento, inizialmente studiato solo da un punto di vista tecnico e matematico-statistico, man mano si è trasformato in uno studio sulla percezione del denaro, sulla finanza comportamentale e sui metodi di gestione dell’emotività, generata per sua natura dai rischi che l’investimento comporta.

Affrontiamo quindi un argomento strettamente legato alle emozioni umane.

Quante volte un mercato volatile o un mercato in discesa ci crea ansia, paura e perché no, magari anche qualche “mal di pancia”?

I passaggi fondamentali della pianificazione finanziaria

Si parla spesso di prodotto, di rendimenti passati ma nessuno parla però di un passaggio fondamentale della pianificazione finanziaria: la strategia. Quale strategia adottare quindi per raggiungere importanti obiettivi di vita con i propri risparmi, cavalcando le onde del mercato senza annegare?

Ci viene in aiuto un metodo vecchio come il mercato finanziario stesso: il Piano di Accumulo (PAC). Quante volte ne avete sentito parlare? Tante, ne sono sicuro. Quante volte lo avete capito il modo facile, chiaro, pratico e concreto? Questo è il mio obiettivo.

Premessa importante: nessuno sa domani, dopo domani, tra un mese cosa farà il mercato. Perciò salpiamo di notte, con un po’ di nebbia.

Facciamo un esempio numerico: supponiamo di avere davanti a noi due scelte:

  • La prima, investire subito tutti i risparmi (o una quota, ma in un colpo solo), quantifichiamoli in 000 €
  • La seconda, suddividere questi risparmi, entrando un po’ alla volta sul mercato, 000 € al mese per 24 mesi.

Ora, immaginiamo che il mercato ci volti le spalle e decida quindi di entrare in fase orso, lo possiamo vedere nel grafico qui sotto. La linea nera rappresenta l’andamento del mercato nei 24 mesi, i punti rossi sono gli ingressi mensili di 1.000€ sul mercato.

Quali differenze aspettarsi da queste due strategie?

Il mercato, nel periodo di 24 mesi ha subito una flessione del – 14,53%. Riassumiamo come si sono comportate le due strategie:

  • Strategia PIC (investimento in una unica soluzione): da 24.000 € iniziali, dopo 24 mesi, i risparmi sono pari a 20.512,82 €, ovvero una flessione proprio del – 14,53%;
  • Strategia PAC (investimento dilazionato nel tempo): dai 1.000 € investiti inizialmente, dopo 24 mesi, i risparmi sono pari a 24.069,54 €, un risultato positivo pari allo 0,29%.

Voi direte: beh, 0,29% solo?

Pensate invece a quanto valore c’è dietro questa strategia, che non solo è stata in grado di proteggere il risparmio, bensì anche di dare un rendimento debolmente positivo a fronte di un mercato in netta discesa.

Il valore di questa strategia è pari a 17,34%, intesa come differenza tra il capitale alla fine dei due anni investito in modalità PIC e in modalità PAC. Vi sembra ancora poco come quello 0,29%?

Come chiamare questa strategia se non Asset Protection ?

Concludo velocemente legando questa strategia proprio alle emozioni umane. Immaginate dal punto di vista psicologico, che importanza ha poter adoperare una strategia in grado di “smorzare” le oscillazioni di mercato e addirittura proteggere i propri risparmi.

Infine, un piccolo consiglio: partire da un accantonamento fisso mensile senza un obiettivo è come mettersi alla guida senza una meta, al primo ostacolo, mi fermo e torno a casa.

Il Piano di Accumulo di Capitale va utilizzato con una logica “inversa”, partendo dalla quantità di risparmio che si vuole creare (per destinarlo ad un determinato progetto di vita), quantificare l’orizzonte temporale (in quanto tempo) e solo alla fine stimare un accantonamento mensile in grado da garantirmi il raggiungimento di quell’obiettivo.

Investimenti: italiani paurosi e pigri

Questo articolo è tratto dal magazine Wall Street Italia di maggio 2019 (di Andrea Rocco) e racconta in modo chiaro e semplice quanto la prigrizia e le paure prive di fondamento degli italiani portano gli stessi risparmiatori a perdere fiumi di denaro e ad essere sempre più poveri nel presente e ad essere poverissimi nel futuro.

Perchè vorrei che gli italiani comprendessero un concetto tanto semplice quanto determinante: lasciare i soldi dove sono, al sicuro? su un conto corrente, non significa lasciare le cose come sono, la nostra vita reale.

Su tutti i quotidiani italiani è venuto alla ribalta delle cronache un dato che non ha precedenti: la ricchezza “a vista” in Italia ha raggiunto un livello record, a 1.379 miliardi di euro. Stiamo parlando di una cifra enorme, circa il 75% del reddito nazionale.
Benché sia tanta, questa ricchezza è anche pigra: se ne sta sul conto a poltrire, prevalentemente a causa di timori che gli italiani continuano a covare e che faticano a superare. Sia chiaro: detenere il denaro in forma liquida rimane la migliore scelta possibile, per chi ha in programma l’utilizzo di quella somma da qui a breve (da 1 a 12 mesi).

Tuttavia, in caso contrario, questa abitudine rappresenta un danno, un pericolo. Di motivi a sostegno di questa tesi ve ne sono tanti, di questi qualcuno è soltanto trascurato, ma altri addirittura ignorati.

Facciamo qualche esempio. Il primo: la liquidità finanziaria è seducente. Attrae, chiama, è una tentatrice che spinge chi la detiene ad utilizzarla. I soldi sul conto corrente possono esssere spesi.
Questo è ciò che emerge da un preciso filone di studi comportamentali dei primi Anni Ottanta, riconducibile al premio Nobel Richard Thaler e ad altri studiosi, i quali battezzano il cosiddetto “mental accounting”.

L’evidenza empirica dimostra l’inclinazione degli individui ad etichettare il denaro, ad inserirlo in precisi conti mentali che generano comportamenti economici diversi. In altre parole, la ricerca dimostra che se due persone sono in grado di generare oggi la stessa quantità di risparmio, non è detto che domani abbiano la stessa quantità di ricchezza.
Risparmiare mille euro al mese e lasciarli in conto non è come risparmiare mille euro al mese e spostarli in un altro contenitore finanziario, in un altro conto mentale: nel primo caso la tentazione (anche inconscia) di spendere la somma esiste; nel secondo caso, il solo spostamento della somma genera valore.
Un rendimento comportamentale, ancor prima che finanziario.

Un secondo, importante aspetto da considerare riguarda il fatto che la liquidità, i soldi sul conto corrente o sul libretto postale, non lavora per noi.
Come è possibile che gli italiani siano da sempre grandi risparmiatori, ed al contempo gli ultimi in Europa per incremento della ricchezza finanziaria? Semplice: non fanno lavorare correttamente il denaro.
Al risparmio, che rappresenta una straordinaria virtù nostrana, deve far seguito l’investimento. Questo passaggio è fortemente condizionato dalla paura che produce nella testa dei più, investire significa oscillazioni, turbolenze, incertezze e rischio di perdere soldi.
Le cose però stanno diversamente: se il processo di investimento è ben impostato, con diversificazione scientifica e rispetto degli orizzonti temporali statistici, la volatilità rappresenta solo il carburante del rendimento, l’ingrediente ineliminabile per generare valore.
Detenere invece un eccesso di liquidità non significa esser certi di non perdere, ma esattamente il contrario: l’inflazione, sempre presente anche se occulta, impoverisce ed erode potere d’acquisto ai possessori di ricchezza.

Ma c’è soprattutto un altro motivo che dovrebbe essere volano di riflessione: la liquidità in eccesso è dannosa, per il semplice fatto che non sarà mai abbastanza.

Nessun conto corrente sarà mai così capiente di denaro da poter affrontare qualsiasi imprevisto della vita, per gli imprevisti non servono tanti soldi ma relativamente pochi ma spesi per le giuste protezioni.

La rivoluzione economica, sociale e demografica alla quale stiamo assistendo non ha precedenti: in Italia il tasso di fecondità è ai minimi storici (non si fanno più figli), al contrario c’è un tasso di longevità tra i più alti al mondo. Passeremo in media 25 anni in terza e quarta età, e saremo sempre più soli perché le famiglie sono sempre più composte da un nucleo più ristretto di persone. Ancora, il welfare pubblico si sta ritirando in tutte le sue forme. Insomma, serviranno sempre più soldi per vivere e noi non ci possiamo permettere di creare ricchezza e di non ottimizzarla.

Alla pensione e allo stile di vita di quando saremo anziani non possiamo pensarci con il conto corrente o con il libretto postale, bisogna prendere una parte del reddito e metterlo nei giusti contenitori che ci permetteranno di avere una terza e quarta età serena, di non diventare un peso o un’ostacolo per la vita dei nostri figli e nipoti.

Si potrebbe andare avanti, ragionando su altri motivi per i quali il patrimonio finanziariamente liquido rappresenti un problema, non un valore; un motivo che spinga all’azione, non all’inerzia.

Ma quanto detto in queste poche righe dovrebbe in realtà essere sufficiente a comprendere un concetto tanto semplice quanto determinante e lo ripeto: lasciare i soldi dove sono, non significa lasciare le cose come sono.

PAGARE MENO TASSE, RISPARMIANDO, SI PUO’

Scegliere di iscriversi ad un fondo pensione nei primi mesi dell’anno, è il momento migliore per sfruttare a pieno i vantaggi fiscali derivanti da questa tipologia di risparmio.

Così si ha più tempo per i versamenti periodici. Il tetto massimo di deducibilità fiscale è 5.164,57€ annui, iniziando presto a versare, si può raggiungere il tetto con tranquillità, gradualità e senza pesare troppo sul singolo periodo dell’anno, perché così è possibile modulare l’importo del versamento in base alle entrate e alle spese.

Oppure scegliendo il piano versamenti automatici di un importo prefissato che sappiamo andare bene con il nostro budget famigliare e nel caso di ulteriore liquidità disponibile si opta per versamenti aggiunti una tantum.

Così abbiamo l’intero anno per fare il nostro risparmio previdenziale, e contestualmente si può risparmiare sulle tasse grazie alla deducibilità fiscale dei contributi dal reddito IRPEF.

Nel 2019 sono previsti aumenti delle tasse locali tra cui l’IRPEF regionale e comunale, male; purtroppo non possiamo evitarlo ma i vantaggi fiscali dei versamenti al fondo pensione vengono estesi anche a queste forme di tasse locali, così da produrre un ulteriore riduzione della nostra tassazione.

Tutti i versamenti fatti nel 2019 si accumulano nella propria posizione individuale previdenziale, costituendo la base della nostra futura pensione integrativa.

Gli investimenti anche piccoli generano rendimenti, per cui prima si inizia e maggiori saranno i rendimenti che si realizzeranno.

Facciamo un esempio pratico relativo all’anno 2018:

  • versati 250€ mensili per un totale di 3.000€ annuale
  • il reddito IRPEF è 35.000€
  • aliquota IRPEF Marginale 38%
  • abito in Piemonte IRPEF Regionale 2,75%
  • abito ad Agliè IRPEF Comunale 0,70% a Torino 0,80%
  • Tassazione = 38 + 2,75 + 0,70 = 41,45%
  • Il lavoratore autonomo, professionista che non ha aderito alla flat tax o regime forfettario vedrà le tasse passare da 9.620€ a 8.400€ con una riduzione di 1.140€
  • Il lavoratore dipendente vedrà a luglio 2019 in busta paga 1.243,50€.

IL RISPARMIO E’ SERVITO

Ottimizzare i costi del Personale con l’utilizzo del Fondo Pensione

Le aziende italiane hanno uno strumento semplice ed efficace per ridurre e semplificare i costi di gestione del loro personale dipendente, parlo della gestione finanziaria del trattamento di fine rapporto (TFR) o liquidazione, attraverso l’utilizzo dei Fondi Pensione.

Il Fondo Pensione permette all’aziende di accedere a importanti sgravi fiscali e contributivi, liberandole anche dall’obbligo di legge (art. 2120 del Codice Civile) della rivalutazione del TFR (1,5% fisso + 75% dell’inflazione).

In questo modo il Fondo Pensione si rivela un’importante alleato dell’imprenditore nell’ottimizzare la gestione della liquidità.

La Previdenza Complementare in Azienda

Attraverso un accordo semplice e gratuito, il datore di lavoro verserà al fondo le quote di TFR maturate dai dipendenti, che a loro volta possono godere dei benefici a loro riservati, che consistono in una tassazione ridotta rispetto a quella della liquidazione, la possibilità di avere accesso al TFR per importi maggiori rispetto all’azienda, per motivazioni, fino al 30% del montante senza dover fornire spiegazioni, e per frequenza che in azienda è limitata ad una sola volta. In questo modo lo strumento risulta ottimo sia per il datore di lavoro che per i dipendenti.

I vantaggi dell’accordo sono notevoli, di natura sia fiscale che finanziaria.

Vantaggi Fiscali

Le somme di TFR versate nel fondo, all’azienda portano un beneficio fiscale pari ad un onere deducibile del 4% che permette di abbattere l’imponibile in fase di dichiarazione dei redditi. Per le aziende che al 1 luglio 2007 avevano meno di 50 dipendenti la deducibilità aumenta al 6%.

Il vantaggio della deducibilità si estende anche al contributo che il datore di lavoro (su base volontaria) decide di concedere ai suoi dipendenti, aderenti al fondo pensione.

Inoltre i vantaggi fiscali sono estesi anche ai versamenti con riferimento al welfare aziendale confluiti nel fondo pensione, rendendo una completa detassazione del premio produttività versato nella previdenza complementare.

Vantaggi Finanziari

Il datore di lavoro versando il TFR al fondo pensione, demanda ogni onere di gestione del patrimonio al fondo stesso, mentre accantonandolo come adesso, andrebbe incontro ad un indebitamento verso i propri dipendenti con un interesse annuo pari all’1,5% fisso + 75% del tasso di inflazione.

Tale posizione debitoria entra a far parte del merito creditizio dell’azienda aumentando il grado di rischio dell’azienda stessa presso il sistema bancario.

L’accumulo del TFR dei dipendenti nel fondo pensione permette di diluire nel lungo periodo l’importo della liquidazione, la cui erogazione, in caso di licenziamento, dimissioni o pensione, al dipendente verrà fatta direttamente dal fondo pensione sollevando da ogni onere l’azienda stessa e dal rischio di indebitamento dovuti all’esborso improvviso.

Ulteriori importanti vantaggi

Il datore di lavoro è esonerato dal versamentoTFR Azienda vs Fondo Pensione 2019 del contributo dello 0,20% al fondo garanzia INPS.

Il datore di lavoro relativamente alla quota di TFR conferita al fondo pensione beneficia di una riduzione progressiva del carico contributivo pari allo 0,28%.

Conclusioni

Ma quanto è rilevante la convenienza per l’azienda i cui dipendenti scelgono la previdenza? A conti fatti il mix di compensazioni, incentivi e mancato obbligo di rivalutazione della liquidazione, produce un beneficio del 12,2% rispetto alla quota di Tfr versata nel fondo pensione.

In definitiva il corretto e razionale utilizzo degli strumenti a disposizione è un fattore di competitività vincente e conveniente.

E se vivessi 100 anni?

Che consigli darebbe un centenario ad un cinquantenne?

 

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Vivere 100 anni

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Daniele Bioletto
Consulente assicurativo finanziario