Il risparmiatore italiano è rimasto ai titoli di Stato e agli immobili

Dal dopoguerra ai giorni nostri tre fattori hanno condizionato la vita finanziaria degli Italiani:

  • un stato sociale molto sviluppato e concolone (privilegi)
  • tassi di interesse molto elevati (anche oltre il 10%)
  • boom immobiliare (1° e 2° casa, investimento)

Questi tre fattori combinati tra loro hanno portato gli italiani e crogiolarsi sugli allori e a NON maturare una sana e consapevole pianificazione finanziaria dei propri soldi.

A partire dal dopoguerra fino a qualche decennio fa, siamo stati accuditi da un “buon padre di famiglia”: lo stato. Una mano invisibile ma sempre presente che proteggeva le nostre vite dalla culla fino alla  pensione. Scuola, sanità, servizi pubblici, cassa integrazione, assistenza per invalidità, previdenza, etc.. erano tutti servizi offerti dal nostro stato sociale.

Abbiamo vissuto per oltre 70 anni protetti da una spessa campana di vetro che ha fatto maturare nella nostra testa convinzioni e comportamenti finanziari che nel tempo sono divenuti abitudini consolidate. Non era necessario preoccuparsi economicamente di eventuali cure mediche per malattia, né di  pagare la scuola o l’università dei figli, men che meno di accantonare qualche soldo per la vecchiaia in quanto tutto, ma proprio tutto, era garantito ed assicurato dallo Stato.

In ragione di questo stato di cose gli italiani  hanno eliminato dalla loro vita finanziaria il concetto del TEMPO, non era percepito importante trasferire nel tempo i propri risparmi, investendoli  per periodi più o meno lunghi, perché alle incertezze del futuro ci pensava lo “stato”:
non ho bisogno di investire nel lungo periodo per coprire le mie esigenze future, a quelle ci pensa lo stato sociale.

In questo modo non bisognava rinunciare oggi al risparmio, non serviva spostare il denaro dal conto corrente verso delle soluzioni per impiegarlo nei prossimi 10 o 20 anni al fine di realizzare un obbiettivo o di soddisfare un’esigenza.

Tanto se andava dopo 20 anni c’era sempre il supporto della mano invisibile dello stato che garantiva quell’esigenza. Per questo motivo era percepito molto conveniente lasciare i soldi risparmiati sempre disponibili, in modo da poterli utilizzare liberamente ad ogni evenienza.

Fig. 1  Ancora oggi la liquidità nei portafogli degli italiani la fa da padrone in tabella i dati del 2016 elaborati da Prometeia – IPSOS relativi all’anno 2016

E fu proprio così che gli italiani hanno messo i loro soldi nei Titoli di Stato (BOT, CTZ, CCT) e nei Buoni Postali, si trattava di  titoli garantiti dallo stato con scadenza a breve, medio termine  ( 3/6/12 mesi, 2/7 anni) e rendimenti elevati.

Il successo del  Bot e del Libretto Postale era dovuto principalmente a tre fattori: erano  SICURI, LIQUIDABILI e RENDEVANO BENE. Tutto quello che gli italiani desideravano.

Fig. 2. Fonte: Mediobanca (dati 1984- 2016)

Negli anni ottanta, ad esempio, un BOT poteva rendere in media il 15% fino ad arrivare a punte del 22%! Ed anche se il rendimento “reale”, cioè quello al netto dell’inflazione (vedi fig.2), spesso risultava essere negativo, pochi se ne preoccupavano, tutti erano persuasi del fatto che si stesse facendo un affare.

Fu proprio grazie alla sottoscrizione di questi strumenti che il risparmiatore italiano:
si convinse che era sempre possibile investire nel breve periodo con un alto rendimento e senza correre rischi

La presenza di uno stato sociale forte spinse poi i risparmiatori italiani sin dagli anni cinquanta, a maturare l’idea di poter acquistare la prima casa magari facendo un mutuo e dando come anticipo i pochi risparmi accumulati.

Dipendenti, artigiani, piccoli imprenditori, commercianti, tutti ad indebitarsi per  costruire o acquistare casa ed anche qui, lo si poteva fare con serenità, sempre perché lo stato garantiva l’assistenza per ogni cosa. E  chi proprio non poteva permettersi una casa tutta sua? La risposta a questo punto è semplice, godeva degli alloggi popolari costruiti dallo stato.

In questi anni il risparmiatore italiano si convinse che:
l’investimento più sicuro e redditizio è l’immobile

Non pensate che odio la casa, è una buona cosa, l’accumulo di ricchezza attraverso beni immobiliari è stato molto importante per il nostro paese, anche se bisogna comprendere che oggi tutti questi immobili risultano poco protetti, lasciati in balia del tempo e del meteo. Meno del 30% delle case comprese le case dove si abita posseggono una copertura assicurativa.

In questo modo gli italiani devono usare la loro liquidità (cifre importanti migliaia e decine di migliaia di euro) per coprire gli imprevisti quando con qualche centinatio di euro (3/4 € al giorno) possono acquistare una protezione migliore.

Oggi il mercato è completamente differente e nella pianificazione del nostro patrimonio non affiancare all’investimento immobiliare un altrettanto importante protezione assicurativa è un enorme errore.

Fig.3. Fonte: Il Sole 24 Ore su dati Banca d’Italia.

Se diamo uno sguardo alla ricchezza complessiva degli italiani vediamo che su 10.000 Miliardi di euro ben il 60%  è in immobili e meno di 1/3  (31%) in attività finanziarie.

Il paradosso è che negli ultimi dieci anni, se da un lato, si è notevolmente ridotto  il valore delle abitazioni rispetto ai primi anni del 2000, dall’altro, la quota di immobili sulla ricchezza netta è aumentata di oltre il 2% dal 2005 al 2017. Attualmente oltre il  70% degli italiani detengono almeno un immobile. (Fonte: ISTAT – RAPPORTO ANNUALE 2019 | La situazione del Paese – 20 giugno 2019). Questo dimostra come ancora oggi molti italiani  considerino l’acquisto di una casa come l’unico investimento sicuro e conveniente, capace di generare attraverso la locazione un’ottima rendita.

Troppo spesso però queste convinzioni si fondono solo sul percepito, senza essere confutate da precisi calcoli, in grado di dimostrare l’effettiva convenienza di un simile investimento. Chi è intenzionato ad investire in immobili in modo consapevole non si affida alle percezioni, alle sensazioni del momento, ma si concentra sugli effettivi dati finanziari  facendo “di conto”  e confrontando tale risultato con eventuali investimenti alternativi.

Insomma bisogna imparare che lo “Stato Sociale” con la sua mano invisibile non è più presente come una volta, non  ci sono più “pasti gratis” molti servizi non sono più garantiti e dovremmo pensarci noi con i nostri risparmi. Si riducono in modo drastico ed irreversibile l’assistenza sanitarie garantita per malattie, infortuni, inabilità.

Le continue riforme previdenziali, hanno  ridimensionato l’assegno pensionistico che incasseremo nel periodo post-lavorativo. Il sistema scolastico  pubblico sempre più in difficoltà per mancanza di fondi, costringe le famiglie che vogliono offrire ai loro figli una formazione di qualità a sostenere elevati costi.

E così via…

Infine, se in questo nuovo scenario (riduzione stato sociale, riduzione del valore reale degli immobili) consideriamo anche  che i tassi di interesse si sono praticamente azzerati (l’epoca del 20% annuale sui BOT  non tornerà più) diventa chiaro che dobbiamo cambiare modo di pensare.

Questo costante ed inesorabile cambiamento sociale, ci dice che è doveroso passare dalla gestione del risparmio alla pianificazione degli investimenti. Per fare ciò bisogna comprendere bene la reale differenza tra risparmiatore ed investitore.

Il risparmiatore è colui che trattiene una parte del proprio reddito e la lascia lì, in bella mostra sul conto corrente o nel cassetto di casa, in attesa di consumarla in futuro per un evento imprevisto o per l’acquisto di un bene. Non pianifica, non si pone obiettivi. Accumula i risparmi in attesa di “fare qualcosa”.

L’investitore invece, non si accontenta di accantonare parte del suo reddito ma vuole qualcosa in più, vuole aumentare la sua ricchezza impiegando i suoi risparmi nel tempo. Nel fare questo l’investitore si priva dei suoi risparmi per un periodo definito con l’intento di far crescere il capitale investito in modo da raggiungere un preciso obiettivo di vita (ad es. procurarsi la somma necessaria per iscrivere il figlio ad un master all’estero).

Certo il salto culturale non è semplice, quasi settant’anni di credenze e convinzioni stratificate nel tempo sono difficili da abbattere.

Bisogna cambiare modo di pensare e farsi aiutare da un buon pianificatore/consulente

Il Risparmio degli Italiani una cosa seria, un cambio di paradigma dal rendimento al rischio

Gli Italiani con i loro risparmi e investimenti erano abituati bene e continuano tutt’oggi a voler vivere o rivivere i bei tempi passati.

Fino a 10 anni fa lo scenario dei risparmiatori italiani era il seguente:

  • alti rendimenti delle obbligazioni,
  • titoli di stato privi di rischi,
  • sicurezza del sistema bancario,
  • continua crescita dei valori immobiliari,
  • supporto dello Stato nelle spese sanitarie,
  • elevate prestazioni pensionistiche garantite anche in giovane età (negli anni ottanta ad un insegnante bastavano 19 anni di contributi per andare in pensione, abbiamo avuto pensionati a 38/40 anni di età!).

Gli Italiani vivono in un mondo insostenibile nel lungo termine e soprattutto dove il conflitto tra le generazioni è stato amplificato e reso anch’esso insostenibile.

Queste condizioni economico-sociali particolarmente vantaggiose, hanno sortito due effetti importantissimi nella vita del risparmiatore italiano:

  1. il primo di natura patrimoniale, grazie alla massiccia presenza dello Stato in tutti gli aspetti della vita (scuola, sanità, pensione, lavoro etc..) gli italiani sono stati in grado di accumulare tanta ricchezza per la maggior parte destinato agli immobili;
  2. il secondo effetto è molto più importante e delicato, questa protezione “continua” dello stato su ogni aspetto della vita sociale ha generato la convinzione che “il rischio non esista” o meglio che non sia un fattore da considerare nella nostra vita finanziaria e patrimoniale, si può vivere scegliendo di non rischiare nulla.

Il fatto stesso che lo Stato garantiva la “patrimonializzazione” delle banche, il pagamento dei titoli di stato, la pensione ai nostri padri, le cure mediche alla nostra famiglia, la scuola, il lavoro etc.. ha reso inutile per decenni il dover fare i conti con il controllo e la gestione di eventuali rischi che potevano ricadere sulla propria persona o sulla propria famiglia.

In questo modo gli Italiani non sono stati abituati a prendersi cura di se stessi e della propria famiglia sotto l’aspetto della protezione di eventi, che oggi sono molto probabili o quasi certi, e che portano alla disperazione, al pessimismo e al fatalismo.

La perdita del reddito dovuto a premorienza di un famigliare, un evento naturale che colpisce la casa o l’azienda, un infortunio o una malattia, la pensione futura, la scuola o l’università per i nostri figli, la non autosufficienza personale o di un famigliare, non serve protezione ci pensava lo Stato.

Tutte queste garanzie offerte dallo Stato, però, avevano un nome ben preciso: debito pubblico. Lo stato per mantenere le sue promesse e proteggere i propri cittadini si indebitava anno su anno, trasferendo il problema alle generazioni future!

La crisi del 2008 ha spazzato via una serie di paradigmi e convinzioni a cui il risparmiatore italiano si era aggrappato per oltre mezzo secolo e a cui è ancora aggrappato nel settore del risparmio e della previdenza, attraverso i quali era riuscito ad accumulare uno stock di ricchezza che ancora oggi tiene in piedi il nostro paese, i nonni che aiutano economicamente e non solo figli e nipoti.

Ecco, noi oggi siamo quelle generazioni future! Oggi il debito è divenuto insostenibile e le garanzie fino ad ora offerte a cuor leggero dal nostro Stato stanno cedendo ad una ad una.

Si riduce l’assistenza sanitaria, si rivedono le prestazioni pensionistiche, si ridimensionano tutti i servizi sociali, si azzera il rendimento dei titoli di stato e si elimina anche la garanzia di un sicuro rimborso dello stato.

Le banche non hanno più il sostegno pubblico ed in caso di fallimento a pagare saranno direttamente i risparmiatori clienti di quella banca (BAIL IN).

Nel 2019 il focus dei risparmiatori deve cambiare, non può essere orientata solo all’accumulo di capitale ma anche e soprattutto alla protezione della famiglia nella sua completezza e del capitale stesso.

Il grande e vero problema è che ancora oggi pochi italiani sono consapevoli di questa trasformazione in atto e continuano a comportarsi come se nulla fosse cambiato.

Si comprende, allora, perché ancora oggi gli Italiani chiedono: “si, voglio investire i miei risparmi, avere un discreto guadagno ma non voglio rischiare nulla!”

Ecco che in questo nuovo contesto gli italiani devono imparare ad ascoltare discorsi di pianificazione finanziaria all’interno del più ampio scenario della gestione dei rischi personali,  familiari, professionali, patrimoniali e sociali.

Perché il tempo di lasciare i soldi a marcire sul conto corrente per il famoso “NON SI SA MAI” è finito la gestione del rischio deve essere affrontata e risolta con gli strumenti adatti, la protezione assicurativa.

Continuare a parlare di rendimenti (quanto mi rende?) è un approccio totalmente sbagliato per la vita reale di oggi, la vera domanda è: come mi proteggo dai rischi?

Investimenti: italiani paurosi e pigri

Questo articolo è tratto dal magazine Wall Street Italia di maggio 2019 (di Andrea Rocco) e racconta in modo chiaro e semplice quanto la prigrizia e le paure prive di fondamento degli italiani portano gli stessi risparmiatori a perdere fiumi di denaro e ad essere sempre più poveri nel presente e ad essere poverissimi nel futuro.

Perchè vorrei che gli italiani comprendessero un concetto tanto semplice quanto determinante: lasciare i soldi dove sono, al sicuro? su un conto corrente, non significa lasciare le cose come sono, la nostra vita reale.

Su tutti i quotidiani italiani è venuto alla ribalta delle cronache un dato che non ha precedenti: la ricchezza “a vista” in Italia ha raggiunto un livello record, a 1.379 miliardi di euro. Stiamo parlando di una cifra enorme, circa il 75% del reddito nazionale.
Benché sia tanta, questa ricchezza è anche pigra: se ne sta sul conto a poltrire, prevalentemente a causa di timori che gli italiani continuano a covare e che faticano a superare. Sia chiaro: detenere il denaro in forma liquida rimane la migliore scelta possibile, per chi ha in programma l’utilizzo di quella somma da qui a breve (da 1 a 12 mesi).

Tuttavia, in caso contrario, questa abitudine rappresenta un danno, un pericolo. Di motivi a sostegno di questa tesi ve ne sono tanti, di questi qualcuno è soltanto trascurato, ma altri addirittura ignorati.

Facciamo qualche esempio. Il primo: la liquidità finanziaria è seducente. Attrae, chiama, è una tentatrice che spinge chi la detiene ad utilizzarla. I soldi sul conto corrente possono esssere spesi.
Questo è ciò che emerge da un preciso filone di studi comportamentali dei primi Anni Ottanta, riconducibile al premio Nobel Richard Thaler e ad altri studiosi, i quali battezzano il cosiddetto “mental accounting”.

L’evidenza empirica dimostra l’inclinazione degli individui ad etichettare il denaro, ad inserirlo in precisi conti mentali che generano comportamenti economici diversi. In altre parole, la ricerca dimostra che se due persone sono in grado di generare oggi la stessa quantità di risparmio, non è detto che domani abbiano la stessa quantità di ricchezza.
Risparmiare mille euro al mese e lasciarli in conto non è come risparmiare mille euro al mese e spostarli in un altro contenitore finanziario, in un altro conto mentale: nel primo caso la tentazione (anche inconscia) di spendere la somma esiste; nel secondo caso, il solo spostamento della somma genera valore.
Un rendimento comportamentale, ancor prima che finanziario.

Un secondo, importante aspetto da considerare riguarda il fatto che la liquidità, i soldi sul conto corrente o sul libretto postale, non lavora per noi.
Come è possibile che gli italiani siano da sempre grandi risparmiatori, ed al contempo gli ultimi in Europa per incremento della ricchezza finanziaria? Semplice: non fanno lavorare correttamente il denaro.
Al risparmio, che rappresenta una straordinaria virtù nostrana, deve far seguito l’investimento. Questo passaggio è fortemente condizionato dalla paura che produce nella testa dei più, investire significa oscillazioni, turbolenze, incertezze e rischio di perdere soldi.
Le cose però stanno diversamente: se il processo di investimento è ben impostato, con diversificazione scientifica e rispetto degli orizzonti temporali statistici, la volatilità rappresenta solo il carburante del rendimento, l’ingrediente ineliminabile per generare valore.
Detenere invece un eccesso di liquidità non significa esser certi di non perdere, ma esattamente il contrario: l’inflazione, sempre presente anche se occulta, impoverisce ed erode potere d’acquisto ai possessori di ricchezza.

Ma c’è soprattutto un altro motivo che dovrebbe essere volano di riflessione: la liquidità in eccesso è dannosa, per il semplice fatto che non sarà mai abbastanza.

Nessun conto corrente sarà mai così capiente di denaro da poter affrontare qualsiasi imprevisto della vita, per gli imprevisti non servono tanti soldi ma relativamente pochi ma spesi per le giuste protezioni.

La rivoluzione economica, sociale e demografica alla quale stiamo assistendo non ha precedenti: in Italia il tasso di fecondità è ai minimi storici (non si fanno più figli), al contrario c’è un tasso di longevità tra i più alti al mondo. Passeremo in media 25 anni in terza e quarta età, e saremo sempre più soli perché le famiglie sono sempre più composte da un nucleo più ristretto di persone. Ancora, il welfare pubblico si sta ritirando in tutte le sue forme. Insomma, serviranno sempre più soldi per vivere e noi non ci possiamo permettere di creare ricchezza e di non ottimizzarla.

Alla pensione e allo stile di vita di quando saremo anziani non possiamo pensarci con il conto corrente o con il libretto postale, bisogna prendere una parte del reddito e metterlo nei giusti contenitori che ci permetteranno di avere una terza e quarta età serena, di non diventare un peso o un’ostacolo per la vita dei nostri figli e nipoti.

Si potrebbe andare avanti, ragionando su altri motivi per i quali il patrimonio finanziariamente liquido rappresenti un problema, non un valore; un motivo che spinga all’azione, non all’inerzia.

Ma quanto detto in queste poche righe dovrebbe in realtà essere sufficiente a comprendere un concetto tanto semplice quanto determinante e lo ripeto: lasciare i soldi dove sono, non significa lasciare le cose come sono.

Ottimizzare i costi del Personale con l’utilizzo del Fondo Pensione

Le aziende italiane hanno uno strumento semplice ed efficace per ridurre e semplificare i costi di gestione del loro personale dipendente, parlo della gestione finanziaria del trattamento di fine rapporto (TFR) o liquidazione, attraverso l’utilizzo dei Fondi Pensione.

Il Fondo Pensione permette all’aziende di accedere a importanti sgravi fiscali e contributivi, liberandole anche dall’obbligo di legge (art. 2120 del Codice Civile) della rivalutazione del TFR (1,5% fisso + 75% dell’inflazione).

In questo modo il Fondo Pensione si rivela un’importante alleato dell’imprenditore nell’ottimizzare la gestione della liquidità.

La Previdenza Complementare in Azienda

Attraverso un accordo semplice e gratuito, il datore di lavoro verserà al fondo le quote di TFR maturate dai dipendenti, che a loro volta possono godere dei benefici a loro riservati, che consistono in una tassazione ridotta rispetto a quella della liquidazione, la possibilità di avere accesso al TFR per importi maggiori rispetto all’azienda, per motivazioni, fino al 30% del montante senza dover fornire spiegazioni, e per frequenza che in azienda è limitata ad una sola volta. In questo modo lo strumento risulta ottimo sia per il datore di lavoro che per i dipendenti.

I vantaggi dell’accordo sono notevoli, di natura sia fiscale che finanziaria.

Vantaggi Fiscali

Le somme di TFR versate nel fondo, all’azienda portano un beneficio fiscale pari ad un onere deducibile del 4% che permette di abbattere l’imponibile in fase di dichiarazione dei redditi. Per le aziende che al 1 luglio 2007 avevano meno di 50 dipendenti la deducibilità aumenta al 6%.

Il vantaggio della deducibilità si estende anche al contributo che il datore di lavoro (su base volontaria) decide di concedere ai suoi dipendenti, aderenti al fondo pensione.

Inoltre i vantaggi fiscali sono estesi anche ai versamenti con riferimento al welfare aziendale confluiti nel fondo pensione, rendendo una completa detassazione del premio produttività versato nella previdenza complementare.

Vantaggi Finanziari

Il datore di lavoro versando il TFR al fondo pensione, demanda ogni onere di gestione del patrimonio al fondo stesso, mentre accantonandolo come adesso, andrebbe incontro ad un indebitamento verso i propri dipendenti con un interesse annuo pari all’1,5% fisso + 75% del tasso di inflazione.

Tale posizione debitoria entra a far parte del merito creditizio dell’azienda aumentando il grado di rischio dell’azienda stessa presso il sistema bancario.

L’accumulo del TFR dei dipendenti nel fondo pensione permette di diluire nel lungo periodo l’importo della liquidazione, la cui erogazione, in caso di licenziamento, dimissioni o pensione, al dipendente verrà fatta direttamente dal fondo pensione sollevando da ogni onere l’azienda stessa e dal rischio di indebitamento dovuti all’esborso improvviso.

Ulteriori importanti vantaggi

Il datore di lavoro è esonerato dal versamentoTFR Azienda vs Fondo Pensione 2019 del contributo dello 0,20% al fondo garanzia INPS.

Il datore di lavoro relativamente alla quota di TFR conferita al fondo pensione beneficia di una riduzione progressiva del carico contributivo pari allo 0,28%.

Conclusioni

Ma quanto è rilevante la convenienza per l’azienda i cui dipendenti scelgono la previdenza? A conti fatti il mix di compensazioni, incentivi e mancato obbligo di rivalutazione della liquidazione, produce un beneficio del 12,2% rispetto alla quota di Tfr versata nel fondo pensione.

In definitiva il corretto e razionale utilizzo degli strumenti a disposizione è un fattore di competitività vincente e conveniente.

E se vivessi 100 anni?

Che consigli darebbe un centenario ad un cinquantenne?

 

Come era la tua infanzia? Che studi hai fatto? La professione che hai scelto ti ha dato soddisfazioni? Hai avuto una famiglia? Hai risparmiato abbastanza per goderti la vecchiaia?

Sei tranquillo per il tuo futuro? Il futuro dei tuoi figli è garantito?

Tante domande, guarda e ascolta il video qui sotto.

Vivere 100 anni

Le risposte alle precedenti domande SONO REALIZZABILI e basta poco per raggiungere i propri obiettivi.

Io sono in grado di darti le soluzioni giuste per te e la tua famiglia.

Daniele Bioletto
Consulente assicurativo finanziario

Il PERCHE’ della Protezione Assicurativa

Adesso vediamo 3 immagini sulle paure dichiarate dagli Italiani

Che valore date alla vostra Casa? Al vostro stile di Vita? Al vostro futuro? Ai vostri figli/e?

La risposta la trovate nella corretta Consulenza Assicurativa Finanziaria, che un professionista come me può fornirvi, nel solo Vostro interesse. Perchè è il cliente il protagonista delle mie soluzioni di protezione e risparmio.
Il cliente è quello che paga il mio lavoro e lui merita tutta la mia attenzione.

La tassa implicita del conto corrente

Senza entrare nel merito delle varie proposte elettorali (flat tax, canone Rai, reddito di cittadinanza, tetto del 3% e via dicendo), la situazione italiana attuale offre lo spunto per discutere di una delle distorsioni cognitive più comuni tra quelle che condizionano la gestione delle finanze personali. Per quanto il senso civico di una persona possa essere spiccato, pagare le tasse difficilmente è un’esperienza piacevole, per ragioni facilmente intuibili.

A nessuno piace pagare senza ricevere una gratificazione immediata: le imposte servono per aiutare lo Stato a mettere in piedi servizi pubblici ma, al netto dell’opinione che ciascuno può avere sull’efficienza della macchina statale, è difficile trovare qualcuno che sia gratificato dal pagamento.

Se pagare le tasse non è per definizione un’attività piacevole (anche se è un dovere civico importante, sia chiaro), è anche vero che non tutte le tasse sono uguali. Alcune sono più odiate di altre, spesso non per motivi del tutto razionali. A contare non è solo l’effettivo peso dell’imposta sulle proprie tasche, ma soprattutto le modalità e la tempistica del prelievo, oltre che probabilmente la natura stessa di un’imposta rispetto a un’altra. Così, per esempio, le tasse che vengono prelevate una tantum sono considerate più odiose di quelle ricorrenti. In Italia, da sempre, in fondo alla classifica del gradimento ci sono le tasse sulla casa, vero e proprio tasto dolente per l’elettorato italiano, anche se la tassa più alta in relazione agli altri paesi europei in realtà è quella sul reddito.

Allo stesso modo se una tassa viene trattenuta, come avviene per l’Irpef in busta paga, potrebbe diventare più odiosa di una tassa che invece viene raccolta come l’Iva per i commercianti, anche se di fatto quest’ultima viene scaricata sui Clienti. La politica ovviamente conosce bene l’indice di gradimento delle varie imposte e su esso basa le proprie scelte elettorali o anche politiche.

Vi ricordate gli 80 euro di Renzi? Al di là di ciò che si possa pensare riguardo l’iniziativa, non può sfuggire che l’ex Presidente del Consiglio, conoscendo l’effetto attutito da un punto di vista del consenso che avrebbe generato una riduzione dell’imposta sul reddito, decise di far passare il taglio come “bonus” e non come riduzione fiscale.

Se la percezione delle persone riguardo al valore di ciò che stanno pagando attraverso le tasse varia in modo così deciso quando si passa da un’imposta all’altra, ancora maggiore è l’aspetto cognitivo che impedisce di visualizzare il valore di ciò che stiamo perdendo non quando paghiamo ma quando evitiamo di agire.

Uno dei casi più lampanti sono le perdite che si subiscono quando si lasciano i soldi parcheggiati sul conto corrente. Un recente articolo pubblicato su “Il Sole 24 Ore” ha quantificato il costo totale per gli italiani per le scelte di risparmio non efficienti. Come noto, le famiglie italiane nonostante la crisi, hanno mantenuto uno stock di ricchezza piuttosto rilevante. Secondo Bankitalia, le famiglie mantengono in liquidità 1329 miliardi di euro. Considerando che l’inflazione è cresciuta nel 2017 dell’1,2% e che il rendimento medio dei depositi è stato dello 0,4% la perdita di valore del patrimonio degli italiani è stata dello 0,8% ovvero un ammontare pari a 10,6 miliardi di euro.

Se immaginassimo un’inflazione che raggiunge il target prefissato della Bce, vicina al 2%, la perdita di valore annua del risparmio supererebbe i 20 miliardi di euro. Ricordiamo che il livello dei prezzi è in aumento nei prossimi anni, poiché sono finiti i tempi dell’inflazione prolungata.

Le scelte di risparmio non efficienti diventano quindi una “tassa” nascosta, figlia della scarsa educazione finanziaria e della mancanza di provvedimenti seri che favoriscano il risparmio. Tuttavia, per sua natura, non stupisce che essa non figuri tra le priorità dell’opinione pubblica e quindi dell’agenda politica. Non stupisce, ma ciò che potrebbe causare è un elevato costo per gli italiani.

Quanto vale questa cifra se comparata con altre tasse? Il canone Rai per esempio, nel suo complesso, costa 2 miliardi di euro (un quinto del deprezzamento). La vecchia Imu sulla prima casa ne valeva 8 (meno dell’attuale livello di deprezzamento), mentre l’Iva, ovvero il 21% applicato a quasi tutti gli acquisti effettuati sul territorio nazionale in un anno ne vale 120, solo sei volte tanto il livello di deprezzamento a regime. Come al solito i grandi numeri nascondono sotto il tappeto la moltitudine dei casi particolari.

I risparmi sul conto sono frutto di una distorta concezione del rischio!

Il peso di questo fenomeno di deprezzamento, come logico, non è ripartito equamente tra tutti, ma concentrato sulle persone che hanno dei risparmi sotto il materasso, proprio come si trattasse una “tassa patrimoniale”. Se guardiamo la questione da una prospettiva personale, un’inflazione vicina al 2% è in grado di far diminuire il valore del capitale del 30% in 20 anni.

Ciò che impedisce a molte persone di investire è l’ignoranza sulle alternative rispetto agli abituali BOT, l’avversione al rischio, ovvero la paura di subire delle perdite sul proprio capitale. Ma questa paura deriva molto spesso da una non corretta percezione del rischio.

La vera scelta, infatti, non è tra una potenziale perdita e lo status quo, ma tra la generazione di rendimento attraverso un rischio controllato e una perdita di valore certa.

Ci sono masse importanti di liquidità sui conti correnti e migliaia di Clienti che non sanno cosa fare.

Ci sono soluzioni assicurative interamente a Gestione Separata con capitale garantito e consolidamento dei risultati, soluzioni assicurative MultiRamo per coniugare al meglio rischio e rendimento e ci sono soluzioni finanziarie con il risparmio gestito (fondi comuni di investimenti di diritto italiano e estero).

Il costo della non autosufficienza

L’argometo di oggi è il bisogno/la voglia di poter gestire l’imprevisto della Non Autosufficienza, ne avevo già parlato in un mio articolo del marzo 2016 e prendo spunto da un articolo di Luca Avogadro in cui viene delineata la situazione della non autosufficienza e la necessità di sottoscrivere una LTC:

  • in Italia ci sono circa 3 milioni di persone non autosufficienti, la maggior parte delle quali (oltre l’80%) anziane;
  • il nostro sistema di stato sociale offre pochissime risorse per prendersene cura: per chi ne ha diritto, l’assegno di accompagnamento (€ 515,00) e l’eventuale supporto per il ricovero in una RSA – residenza sanitaria-assistenziale (dove, parte del costo, la quota sanitaria, è a carico del S.S.N.) o, nei pochi comuni in cui funziona con standard accettabili, l’ADI (assistenza domiciliare integrata) a casa dell’assistito.

I costi che devono sostenere il non autosufficiente e la sua famiglia sono, nella gran parte dei casi, di ben altro spessore. Vediamo degli esempi:

  • Ipotesi Badante: costo minimo, da contratto nazionale (livello cs per 54 ore settimanali), €1.495 mensili (tenendo conto del compenso €958 + contributi + tfr + ferie + busta paga + altre spese), più eventuale vitto e alloggio e, giustamente, la “badante” non offre assistenza 24h su 24 tutta la settimana. Il suo supporto andrà integrato da quello dai familiari (quanto meno le domeniche, il giorno di riposo, le ferie). Se non c’è questa possibilità, bisognerà ingaggiarne due, che si diano i turni, raddoppiando i costi. Attenzione al nero! Chi non rispetta le regole rischia tantissimo: sono sempre di più i contenziosi con le badanti non in regola, spesso conclusi con transazioni particolarmente onerose.
  • Ipotesi RSA convenzionata: A meno che l’indice ISEE (e si tiene in parte conto anche di quello dei figli) non sia particolarmente basso e l’ente locale molto ricco, oltre la metà del costo (la parte “sociale”, ossia non sanitaria) è a carico dell’ammalato. Si tratta, in media, di circa €1.700/1.800 mensili (in alcune regioni ben oltre: a Milano costa addirittura €3.000 mensili!), ai quali aggiungere gli eventuali extra (medicinali e supporti non coperti dal S.S.N., lavaggio biancheria, etc). Inoltre per entrare in queste strutture, in alcune regioni le liste di attesa medie sfiorano l’anno.
  • Ipotesi RSA privata (“solventi”): Se non si vogliono aspettare le liste di attesa delle RSA convenzionate (o se non le si ritengono all’altezza), una soluzione alternativa scelta da molti è il ricovero in strutture private autorizzate, ma non convenzionate. In questo caso il costo, che varia a seconda della zona geografica, può variare dai €2.000 agli oltre €4.000 mensili (anche a seconda degli extra scelti: stanza singola, lavaggio biancheria, etc).

Ricapitolando, il costo della non autosufficienza a carico delle famiglie può andare da un minimo di €1.500 fino ad un massimo di € 4.000 mensili, a seconda della gravità della situazione, della zona di residenza e degli standard scelti.
Ipotizzando che la pensione mensile (sappiamo che in futuro sarà sempre più bassa, visto il calcolo contributivo) sia sufficiente al “vivere quotidiano” (casa, tasse, bollette, alimentari, altra spesa, etc), il costo della non autosufficienza è un “costo puro” che si va ad aggiungere al bilancio familiare.
Di questa cifra, lo Stato mette a disposizione €515 (assegno di accompagnamento, per chi ne ha diritto), il resto è a carico dei risparmi dell’ammalato e dei redditi familiari.
La conseguenza di tutto ciò, come indicano numerose ricerche di mercato, è che centinaia di migliaia di famiglie si sono dovute indebitare e/o hanno dovuto vendere un immobile per affrontare queste spese: ecco perché è importante considerare una copertura LTC che preveda una rendita mensile in caso di non autosufficienza e che metta al riparo da situazioni sgradevoli e difficili da affrontare.

VITTORIA FIANCO A FIANCO LA MIGLIOR POLIZZA LTC

ITALIANI AMANTI DEL RISCHIO

Gli Italiani popolo di fortunati e amanti del rischio, salvo poi lamentarsi e dare la colpa allo Stato e agli altri dei loro problemi.
Oggi vi parlo di Assicurazioni, argomento molto brutto per l’80% degli italiani, perchè le assicurazioni sono tutte ladre, sono tutte uguali, perchè gli imprevisti accadono solo agli altri e mai a noi, quindi perchè pagare la protezione nostra e dei nostri cari, siamo tutti SUPERMAN e WONDERWOMAN.

Scrivo questo articolo riportando dati e informazioni presi dalla rivista ALTROCONSUMO numero 157 novembre 2017.

Il nostro paese, dati oggettivi, risulta poco attirato dalla protezione di persone e cose tramite la stipula di una polizza di assicurazione. Tutta questa cautela fa rima con una grandissima pigrizia nella volontà di informarsi e comprendere bene la protezione offerta delle svariate proposte fatte dalle compagnie assicurative.
Pertanto il mondo delle assicurazioni appare poco consciuto.

Dal sondaggio fatto da Altroconsumo la risposta degli italiani è chiara, gli italiani affrontano il mondo delle assicurazioni con grande diffidenza e grande superficialità.
Esempio: ho paura dei cani, ma quando ne vedo uno gli passo molto vicino senza pensare alle conseguenze.

Il primo dato che emerge dal sondaggio in modo chiaro ed evidente è che, di media, gli italiani EVITANO di assicurarsi, a meno che non sia obbligatorio, per esempio RC Auto.
Altri dati mentre tutti i possesori di auto hanno la polizza assicurativa, solo il 39% di chi possiede o abita in una casa, ha stipulato la copertura assicurativa e solamente il 22% possiede una copertura sulla salute.

Gli italiani inoltre sono un popolo particolare, perchè se mediamente sono restii a stipulare un contratto assicurativo ancora di più lo sembrano a cambiare compagnia.
La fedeltà e la fiducia sono comportamenti/atteggiamenti/cose che devono sempre essere confermate nel tempo, quindi informarsi presso terzi o  con il proprio agente/subagente assicurativo e poi confrontarsi,  deve essere la norma. Tenendo ben presente che un rapporto di fiducia non è solo il prezzo più basso, ma è composto da numerosi fattori in molti casi spesso più importanti: professionalità, capacità di seguire il cliente nei vari imprevisti, esempio incidenti e tutte le fasi successive, attenzione al cliente, avvisi di scadenze o novità, informazione ed educazione, ecc.

Gli italiani a chi chiedono consigli su come, perchè assicurarsi. Il quadro secondo i dati si fa desolante.
In oltre un terzo dei casi, chi decide di assicurarsi lo fa senza chiedere consiglio ad un professionista, ma si basa solo sull’esperienza del passato; un pò come guidare un’auto guardando solo lo specchietto retrovisore. Anche il consiglio, non la referenza o passaparola, degli amici e dei parenti è rilevante.

Scarsa informazione, troppa fiducia. Qui gli italiani arrivano al paradosso, perchè chi stipula un’assicurazione tende a ‘non fidarsi di nessuno’, a volersi basare SOLO sulla propria esperienza o su quella di amici e parenti, in sede di stipula e di firma vera e propria, tutti i dubbi, le diffidenze e le cautele si sciolgono come neve al sole, e anzi, si firmano cose che non si sono ne lette ne comprese. In questo modo si sprecano i soldi.

Gli atteggiamenti emersi dall’indagine di Altroconsumo sono: una inerzialità nelle abitudini di consumo, una diffidenza verso i professionisti, accompagnata da una cieca fiducia nella propria esperienza e nel parere di parenti e amici, l’abitudine di non leggere quel che si firma.

Affidarsi ad un professionista pagando il giusto prezzo, che nell’immediato può sembrare una spesa inutile o superflua, può farvi risparmiare molti soldi nel futuro e togliere molte “castagne dal fuoco”.