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Il risparmiatore italiano è rimasto ai titoli di Stato e agli immobili

Dal dopoguerra ai giorni nostri tre fattori hanno condizionato la vita finanziaria degli Italiani:

  • un stato sociale molto sviluppato e concolone (privilegi)
  • tassi di interesse molto elevati (anche oltre il 10%)
  • boom immobiliare (1° e 2° casa, investimento)

Questi tre fattori combinati tra loro hanno portato gli italiani e crogiolarsi sugli allori e a NON maturare una sana e consapevole pianificazione finanziaria dei propri soldi.

A partire dal dopoguerra fino a qualche decennio fa, siamo stati accuditi da un “buon padre di famiglia”: lo stato. Una mano invisibile ma sempre presente che proteggeva le nostre vite dalla culla fino alla  pensione. Scuola, sanità, servizi pubblici, cassa integrazione, assistenza per invalidità, previdenza, etc.. erano tutti servizi offerti dal nostro stato sociale.

Abbiamo vissuto per oltre 70 anni protetti da una spessa campana di vetro che ha fatto maturare nella nostra testa convinzioni e comportamenti finanziari che nel tempo sono divenuti abitudini consolidate. Non era necessario preoccuparsi economicamente di eventuali cure mediche per malattia, né di  pagare la scuola o l’università dei figli, men che meno di accantonare qualche soldo per la vecchiaia in quanto tutto, ma proprio tutto, era garantito ed assicurato dallo Stato.

In ragione di questo stato di cose gli italiani  hanno eliminato dalla loro vita finanziaria il concetto del TEMPO, non era percepito importante trasferire nel tempo i propri risparmi, investendoli  per periodi più o meno lunghi, perché alle incertezze del futuro ci pensava lo “stato”:
non ho bisogno di investire nel lungo periodo per coprire le mie esigenze future, a quelle ci pensa lo stato sociale.

In questo modo non bisognava rinunciare oggi al risparmio, non serviva spostare il denaro dal conto corrente verso delle soluzioni per impiegarlo nei prossimi 10 o 20 anni al fine di realizzare un obbiettivo o di soddisfare un’esigenza.

Tanto se andava dopo 20 anni c’era sempre il supporto della mano invisibile dello stato che garantiva quell’esigenza. Per questo motivo era percepito molto conveniente lasciare i soldi risparmiati sempre disponibili, in modo da poterli utilizzare liberamente ad ogni evenienza.

Fig. 1  Ancora oggi la liquidità nei portafogli degli italiani la fa da padrone in tabella i dati del 2016 elaborati da Prometeia – IPSOS relativi all’anno 2016

E fu proprio così che gli italiani hanno messo i loro soldi nei Titoli di Stato (BOT, CTZ, CCT) e nei Buoni Postali, si trattava di  titoli garantiti dallo stato con scadenza a breve, medio termine  ( 3/6/12 mesi, 2/7 anni) e rendimenti elevati.

Il successo del  Bot e del Libretto Postale era dovuto principalmente a tre fattori: erano  SICURI, LIQUIDABILI e RENDEVANO BENE. Tutto quello che gli italiani desideravano.

Fig. 2. Fonte: Mediobanca (dati 1984- 2016)

Negli anni ottanta, ad esempio, un BOT poteva rendere in media il 15% fino ad arrivare a punte del 22%! Ed anche se il rendimento “reale”, cioè quello al netto dell’inflazione (vedi fig.2), spesso risultava essere negativo, pochi se ne preoccupavano, tutti erano persuasi del fatto che si stesse facendo un affare.

Fu proprio grazie alla sottoscrizione di questi strumenti che il risparmiatore italiano:
si convinse che era sempre possibile investire nel breve periodo con un alto rendimento e senza correre rischi

La presenza di uno stato sociale forte spinse poi i risparmiatori italiani sin dagli anni cinquanta, a maturare l’idea di poter acquistare la prima casa magari facendo un mutuo e dando come anticipo i pochi risparmi accumulati.

Dipendenti, artigiani, piccoli imprenditori, commercianti, tutti ad indebitarsi per  costruire o acquistare casa ed anche qui, lo si poteva fare con serenità, sempre perché lo stato garantiva l’assistenza per ogni cosa. E  chi proprio non poteva permettersi una casa tutta sua? La risposta a questo punto è semplice, godeva degli alloggi popolari costruiti dallo stato.

In questi anni il risparmiatore italiano si convinse che:
l’investimento più sicuro e redditizio è l’immobile

Non pensate che odio la casa, è una buona cosa, l’accumulo di ricchezza attraverso beni immobiliari è stato molto importante per il nostro paese, anche se bisogna comprendere che oggi tutti questi immobili risultano poco protetti, lasciati in balia del tempo e del meteo. Meno del 30% delle case comprese le case dove si abita posseggono una copertura assicurativa.

In questo modo gli italiani devono usare la loro liquidità (cifre importanti migliaia e decine di migliaia di euro) per coprire gli imprevisti quando con qualche centinatio di euro (3/4 € al giorno) possono acquistare una protezione migliore.

Oggi il mercato è completamente differente e nella pianificazione del nostro patrimonio non affiancare all’investimento immobiliare un altrettanto importante protezione assicurativa è un enorme errore.

Fig.3. Fonte: Il Sole 24 Ore su dati Banca d’Italia.

Se diamo uno sguardo alla ricchezza complessiva degli italiani vediamo che su 10.000 Miliardi di euro ben il 60%  è in immobili e meno di 1/3  (31%) in attività finanziarie.

Il paradosso è che negli ultimi dieci anni, se da un lato, si è notevolmente ridotto  il valore delle abitazioni rispetto ai primi anni del 2000, dall’altro, la quota di immobili sulla ricchezza netta è aumentata di oltre il 2% dal 2005 al 2017. Attualmente oltre il  70% degli italiani detengono almeno un immobile. (Fonte: ISTAT – RAPPORTO ANNUALE 2019 | La situazione del Paese – 20 giugno 2019). Questo dimostra come ancora oggi molti italiani  considerino l’acquisto di una casa come l’unico investimento sicuro e conveniente, capace di generare attraverso la locazione un’ottima rendita.

Troppo spesso però queste convinzioni si fondono solo sul percepito, senza essere confutate da precisi calcoli, in grado di dimostrare l’effettiva convenienza di un simile investimento. Chi è intenzionato ad investire in immobili in modo consapevole non si affida alle percezioni, alle sensazioni del momento, ma si concentra sugli effettivi dati finanziari  facendo “di conto”  e confrontando tale risultato con eventuali investimenti alternativi.

Insomma bisogna imparare che lo “Stato Sociale” con la sua mano invisibile non è più presente come una volta, non  ci sono più “pasti gratis” molti servizi non sono più garantiti e dovremmo pensarci noi con i nostri risparmi. Si riducono in modo drastico ed irreversibile l’assistenza sanitarie garantita per malattie, infortuni, inabilità.

Le continue riforme previdenziali, hanno  ridimensionato l’assegno pensionistico che incasseremo nel periodo post-lavorativo. Il sistema scolastico  pubblico sempre più in difficoltà per mancanza di fondi, costringe le famiglie che vogliono offrire ai loro figli una formazione di qualità a sostenere elevati costi.

E così via…

Infine, se in questo nuovo scenario (riduzione stato sociale, riduzione del valore reale degli immobili) consideriamo anche  che i tassi di interesse si sono praticamente azzerati (l’epoca del 20% annuale sui BOT  non tornerà più) diventa chiaro che dobbiamo cambiare modo di pensare.

Questo costante ed inesorabile cambiamento sociale, ci dice che è doveroso passare dalla gestione del risparmio alla pianificazione degli investimenti. Per fare ciò bisogna comprendere bene la reale differenza tra risparmiatore ed investitore.

Il risparmiatore è colui che trattiene una parte del proprio reddito e la lascia lì, in bella mostra sul conto corrente o nel cassetto di casa, in attesa di consumarla in futuro per un evento imprevisto o per l’acquisto di un bene. Non pianifica, non si pone obiettivi. Accumula i risparmi in attesa di “fare qualcosa”.

L’investitore invece, non si accontenta di accantonare parte del suo reddito ma vuole qualcosa in più, vuole aumentare la sua ricchezza impiegando i suoi risparmi nel tempo. Nel fare questo l’investitore si priva dei suoi risparmi per un periodo definito con l’intento di far crescere il capitale investito in modo da raggiungere un preciso obiettivo di vita (ad es. procurarsi la somma necessaria per iscrivere il figlio ad un master all’estero).

Certo il salto culturale non è semplice, quasi settant’anni di credenze e convinzioni stratificate nel tempo sono difficili da abbattere.

Bisogna cambiare modo di pensare e farsi aiutare da un buon pianificatore/consulente

La prudenza degli italiani un boomerang per i loro soldi

Questo articolo segue il precedente sui soldi degli italiani lasciati a marcire si proprio a marcire sui conti correnti e libretti bancari e postali.

Se avessimo investito mille euro 10 anni fa sulle Borse, sulle obbligazioni, sull’oro o lasciati sul conto corrente? Oggi quanto valgono , fonte dei dati “Il sole 24 Ore” e “AdviceOnly”.

Ricordo a tutti i risparmiatori italiani, che loro circa 1400 miliardi su 4200 parcheggiata sui conti correnti o sotto il materasso, sono convinti che così proteggono bene i loro risaprmi perchè è meglio evitare i mercati finanziari. Eppure, se si guarda la storia più o meno recente, si scopre che in termini di potere d’acquisto sono proprio il «materasso» e i conti correnti/libretti a svalutare veramente i risparmi. Non le Borse o le obbligazioni.

Mille euro lasciati sul conto corrente dieci anni fa, oggi infatti valgono (in termini di potere d’acquisto e dunque considerando l’inflazione) solo 875 euro. Mentre gli stessi mille euro investiti sempre 10 anni fa sulle Borse globali oggi ammontano (sempre in termini di potere d’acquisto) a 2.241 euro. E se investiti sulle obbligazioni globali risultano diventati 1.156 euro.
La crisi, la crisi intanto dopo 10 anni i soldi BEN investiti sui mercati azionari di tutto il mondo sono moltiplicati X 2

AZIONI E BOND BATTONO IL CASH

Quanto sarebbero diventati 1000 euro investiti in azioni, bond e cash in vari archi temporali. Performance in termini reali, cioè tenendo conto dell’inflazione. Dati in euro. (Fonte: AdviseOnly)

Questi calcoli, realizzati per Il Sole 24 Ore da AdviseOnly, non vanno fraintesi. Non vogliono infatti dire che i mercati finanziari non abbiano rischi. O che garantiscano guadagni facili. O che le performance passate siano indicative del futuro. Tutt’altro, sia chiaro. Questi numeri mostrano però che i mercati finanziari non sono qualcosa da evitare a tutti i costi come tanti italiani fanno. Guardando i dati e le performance di tutte le principali asset class, si può infatti avere una prospettiva diversa rispetto alla retorica spesso dominante. Una prospettiva utile. Perché i numeri che arrivano dai mercati questo raccontano: mettere i soldi sotto il materasso è il modo migliore per perderli, per farli erodere da quel tarlo invisibile e silenzioso chiamato inflazione. Investirli sui mercati, con una buona diversificazione, può offrire invece migliori opportunità.

Il Contante vede solo una lenta e inesorabile erosione del potere d’acquisto: mille euro in 20 anni si sarebbero praticamente dimezzati. Ripetiamo: questo è in termini reali, tenendo costo dell’inflazione. Significa insomma che mille euro sotto il materasso sarebbero ancora mille euro nominali, ma il loro potere d’acquisto si sarebbe dimezzato. E sui conti correnti l’erosione non cambia: ormai i rendimenti medi sono – secondo Bankitalia – pari a 0,37% e i costi di gestione sono saliti a 86,90€ medi annui.

Il potere della diversificazione
Se questi sono i dati generali, nello specifico non tutti i mercati sono andati bene. Mille euro investiti nella Borsa di Milano 20 anni fa, per non andare troppo lontano, oggi equivarrebbero in termini reali a 676 euro. Un’erosione del potere d’acquisto non pari a quella del cash, ma neppure minima. Ma la Borsa di Milano è l’unica che in un arco temporale così lungo avrebbe bruciato i risparmi: i mercati emergenti, le azioni europee, quelle Usa o giapponesi, ma anche le obbligazioni emergenti o Usa hanno infatti tutti regalato performance positive in 20 anni. E anche in archi temporali più brevi. Questo dimostra che bisogna sempre evitare di puntare non solo su un unico titolo, ma anche su un unico mercato: diversificando si riducono i rischi.

Quanto valgono oggi 1000 euro investiti in varie asset class in diversi archi temporali. Performance in termini reali, cioè tenendo conto dell’inflazione. Dati in euro. (Fonte: AdviseOnly)

Alla fine cari italiani, le soluzioni per risolvere le vostre esigenze e raggiungere i vostri obiettivi ci sono, quello che dovete fare è una bella PIANIFICAZIONE del vostro denaro.
Il fai da te lo sconsiglio, meglio rivolgersi ad uno specialista del risparmio.

Daniele Bioletto Consulente Finanziario – Specialista Vita

Il Risparmio degli Italiani una cosa seria, un cambio di paradigma dal rendimento al rischio

Gli Italiani con i loro risparmi e investimenti erano abituati bene e continuano tutt’oggi a voler vivere o rivivere i bei tempi passati.

Fino a 10 anni fa lo scenario dei risparmiatori italiani era il seguente:

  • alti rendimenti delle obbligazioni,
  • titoli di stato privi di rischi,
  • sicurezza del sistema bancario,
  • continua crescita dei valori immobiliari,
  • supporto dello Stato nelle spese sanitarie,
  • elevate prestazioni pensionistiche garantite anche in giovane età (negli anni ottanta ad un insegnante bastavano 19 anni di contributi per andare in pensione, abbiamo avuto pensionati a 38/40 anni di età!).

Gli Italiani vivono in un mondo insostenibile nel lungo termine e soprattutto dove il conflitto tra le generazioni è stato amplificato e reso anch’esso insostenibile.

Queste condizioni economico-sociali particolarmente vantaggiose, hanno sortito due effetti importantissimi nella vita del risparmiatore italiano:

  1. il primo di natura patrimoniale, grazie alla massiccia presenza dello Stato in tutti gli aspetti della vita (scuola, sanità, pensione, lavoro etc..) gli italiani sono stati in grado di accumulare tanta ricchezza per la maggior parte destinato agli immobili;
  2. il secondo effetto è molto più importante e delicato, questa protezione “continua” dello stato su ogni aspetto della vita sociale ha generato la convinzione che “il rischio non esista” o meglio che non sia un fattore da considerare nella nostra vita finanziaria e patrimoniale, si può vivere scegliendo di non rischiare nulla.

Il fatto stesso che lo Stato garantiva la “patrimonializzazione” delle banche, il pagamento dei titoli di stato, la pensione ai nostri padri, le cure mediche alla nostra famiglia, la scuola, il lavoro etc.. ha reso inutile per decenni il dover fare i conti con il controllo e la gestione di eventuali rischi che potevano ricadere sulla propria persona o sulla propria famiglia.

In questo modo gli Italiani non sono stati abituati a prendersi cura di se stessi e della propria famiglia sotto l’aspetto della protezione di eventi, che oggi sono molto probabili o quasi certi, e che portano alla disperazione, al pessimismo e al fatalismo.

La perdita del reddito dovuto a premorienza di un famigliare, un evento naturale che colpisce la casa o l’azienda, un infortunio o una malattia, la pensione futura, la scuola o l’università per i nostri figli, la non autosufficienza personale o di un famigliare, non serve protezione ci pensava lo Stato.

Tutte queste garanzie offerte dallo Stato, però, avevano un nome ben preciso: debito pubblico. Lo stato per mantenere le sue promesse e proteggere i propri cittadini si indebitava anno su anno, trasferendo il problema alle generazioni future!

La crisi del 2008 ha spazzato via una serie di paradigmi e convinzioni a cui il risparmiatore italiano si era aggrappato per oltre mezzo secolo e a cui è ancora aggrappato nel settore del risparmio e della previdenza, attraverso i quali era riuscito ad accumulare uno stock di ricchezza che ancora oggi tiene in piedi il nostro paese, i nonni che aiutano economicamente e non solo figli e nipoti.

Ecco, noi oggi siamo quelle generazioni future! Oggi il debito è divenuto insostenibile e le garanzie fino ad ora offerte a cuor leggero dal nostro Stato stanno cedendo ad una ad una.

Si riduce l’assistenza sanitaria, si rivedono le prestazioni pensionistiche, si ridimensionano tutti i servizi sociali, si azzera il rendimento dei titoli di stato e si elimina anche la garanzia di un sicuro rimborso dello stato.

Le banche non hanno più il sostegno pubblico ed in caso di fallimento a pagare saranno direttamente i risparmiatori clienti di quella banca (BAIL IN).

Nel 2019 il focus dei risparmiatori deve cambiare, non può essere orientata solo all’accumulo di capitale ma anche e soprattutto alla protezione della famiglia nella sua completezza e del capitale stesso.

Il grande e vero problema è che ancora oggi pochi italiani sono consapevoli di questa trasformazione in atto e continuano a comportarsi come se nulla fosse cambiato.

Si comprende, allora, perché ancora oggi gli Italiani chiedono: “si, voglio investire i miei risparmi, avere un discreto guadagno ma non voglio rischiare nulla!”

Ecco che in questo nuovo contesto gli italiani devono imparare ad ascoltare discorsi di pianificazione finanziaria all’interno del più ampio scenario della gestione dei rischi personali,  familiari, professionali, patrimoniali e sociali.

Perché il tempo di lasciare i soldi a marcire sul conto corrente per il famoso “NON SI SA MAI” è finito la gestione del rischio deve essere affrontata e risolta con gli strumenti adatti, la protezione assicurativa.

Continuare a parlare di rendimenti (quanto mi rende?) è un approccio totalmente sbagliato per la vita reale di oggi, la vera domanda è: come mi proteggo dai rischi?

Semplice e Vincente

Una strategia semplice per risparmiare il denaro necessario insieme ad una strategia vincente per l’investimento finanziario e abbiamo fatto la differenza tra essere ricco ed essere povero.

Il modo migliore per risparmiare denaro è rendere automatica l’abitudine di mettere soldi da parte, come afferma Brigitte Madrian, economista comportamentale e preside della Marriott School of Business della Brigham Young University.

Se non sei bravo a risparmiare, non è colpa tua. Il nostro cervello non è fatto per concentrarsi sul futuro, quindi si sta lottando contro milioni di anni di evoluzione. La buona notizia è che c’è un modo semplice per vincere questa battaglia: rendere il risparmio automatico.

Tecnicamente il suggerimento di Madrian è di apportare decurtazioni nella propria busta paga, perché “il denaro che non si vede mai è il denaro che si rischia molto meno di perdere”.

Rendendo automatico il risparmio, avremo successo e ci sono prove evidenti del fatto che questa strategia funziona davvero, molto più di quanto pensassimo”.

L’esempio che porta l’esperta è nel Regno Unito dove il legislatore negli ultimi dieci anni ha introdotto una legge che richiede ai datori di lavoro di iscrivere i loro dipendenti in un programma di risparmio pensionistico. Secondo Charlotte Clark, direttrice del programma per il governo del Regno Unito, ognuno dei 1,2 milioni di datori di lavoro nel Regno Unito partecipa e a programma iniziato i dipendenti hanno risparmiato il 2% del loro stipendio. Nell’ultimo anno, il programma ha portato questa quota di risparmio al 5 per cento. Un esempio che potrebbe essere seguito da altri paesi.  Negli Usa ci sono i fondi 401(k) a cui l’esperta suggerisce di iscriversi quando lo offre il proprio datore di lavoro “perché puoi iscriverti una volta sola e poi te ne dimentichi”. Solo così, mettendo da parte i risparmi che ti servono, puoi pensare a goderti la vita.

Il risparmio e l’investimento sono profondamente mutati negli anni. L’investimento, inizialmente studiato solo da un punto di vista tecnico e matematico-statistico, man mano si è trasformato in uno studio sulla percezione del denaro, sulla finanza comportamentale e sui metodi di gestione dell’emotività, generata per sua natura dai rischi che l’investimento comporta.

Affrontiamo quindi un argomento strettamente legato alle emozioni umane.

Quante volte un mercato volatile o un mercato in discesa ci crea ansia, paura e perché no, magari anche qualche “mal di pancia”?

I passaggi fondamentali della pianificazione finanziaria

Si parla spesso di prodotto, di rendimenti passati ma nessuno parla però di un passaggio fondamentale della pianificazione finanziaria: la strategia. Quale strategia adottare quindi per raggiungere importanti obiettivi di vita con i propri risparmi, cavalcando le onde del mercato senza annegare?

Ci viene in aiuto un metodo vecchio come il mercato finanziario stesso: il Piano di Accumulo (PAC). Quante volte ne avete sentito parlare? Tante, ne sono sicuro. Quante volte lo avete capito il modo facile, chiaro, pratico e concreto? Questo è il mio obiettivo.

Premessa importante: nessuno sa domani, dopo domani, tra un mese cosa farà il mercato. Perciò salpiamo di notte, con un po’ di nebbia.

Facciamo un esempio numerico: supponiamo di avere davanti a noi due scelte:

  • La prima, investire subito tutti i risparmi (o una quota, ma in un colpo solo), quantifichiamoli in 000 €
  • La seconda, suddividere questi risparmi, entrando un po’ alla volta sul mercato, 000 € al mese per 24 mesi.

Ora, immaginiamo che il mercato ci volti le spalle e decida quindi di entrare in fase orso, lo possiamo vedere nel grafico qui sotto. La linea nera rappresenta l’andamento del mercato nei 24 mesi, i punti rossi sono gli ingressi mensili di 1.000€ sul mercato.

Quali differenze aspettarsi da queste due strategie?

Il mercato, nel periodo di 24 mesi ha subito una flessione del – 14,53%. Riassumiamo come si sono comportate le due strategie:

  • Strategia PIC (investimento in una unica soluzione): da 24.000 € iniziali, dopo 24 mesi, i risparmi sono pari a 20.512,82 €, ovvero una flessione proprio del – 14,53%;
  • Strategia PAC (investimento dilazionato nel tempo): dai 1.000 € investiti inizialmente, dopo 24 mesi, i risparmi sono pari a 24.069,54 €, un risultato positivo pari allo 0,29%.

Voi direte: beh, 0,29% solo?

Pensate invece a quanto valore c’è dietro questa strategia, che non solo è stata in grado di proteggere il risparmio, bensì anche di dare un rendimento debolmente positivo a fronte di un mercato in netta discesa.

Il valore di questa strategia è pari a 17,34%, intesa come differenza tra il capitale alla fine dei due anni investito in modalità PIC e in modalità PAC. Vi sembra ancora poco come quello 0,29%?

Come chiamare questa strategia se non Asset Protection ?

Concludo velocemente legando questa strategia proprio alle emozioni umane. Immaginate dal punto di vista psicologico, che importanza ha poter adoperare una strategia in grado di “smorzare” le oscillazioni di mercato e addirittura proteggere i propri risparmi.

Infine, un piccolo consiglio: partire da un accantonamento fisso mensile senza un obiettivo è come mettersi alla guida senza una meta, al primo ostacolo, mi fermo e torno a casa.

Il Piano di Accumulo di Capitale va utilizzato con una logica “inversa”, partendo dalla quantità di risparmio che si vuole creare (per destinarlo ad un determinato progetto di vita), quantificare l’orizzonte temporale (in quanto tempo) e solo alla fine stimare un accantonamento mensile in grado da garantirmi il raggiungimento di quell’obiettivo.

Investimenti: italiani paurosi e pigri

Questo articolo è tratto dal magazine Wall Street Italia di maggio 2019 (di Andrea Rocco) e racconta in modo chiaro e semplice quanto la prigrizia e le paure prive di fondamento degli italiani portano gli stessi risparmiatori a perdere fiumi di denaro e ad essere sempre più poveri nel presente e ad essere poverissimi nel futuro.

Perchè vorrei che gli italiani comprendessero un concetto tanto semplice quanto determinante: lasciare i soldi dove sono, al sicuro? su un conto corrente, non significa lasciare le cose come sono, la nostra vita reale.

Su tutti i quotidiani italiani è venuto alla ribalta delle cronache un dato che non ha precedenti: la ricchezza “a vista” in Italia ha raggiunto un livello record, a 1.379 miliardi di euro. Stiamo parlando di una cifra enorme, circa il 75% del reddito nazionale.
Benché sia tanta, questa ricchezza è anche pigra: se ne sta sul conto a poltrire, prevalentemente a causa di timori che gli italiani continuano a covare e che faticano a superare. Sia chiaro: detenere il denaro in forma liquida rimane la migliore scelta possibile, per chi ha in programma l’utilizzo di quella somma da qui a breve (da 1 a 12 mesi).

Tuttavia, in caso contrario, questa abitudine rappresenta un danno, un pericolo. Di motivi a sostegno di questa tesi ve ne sono tanti, di questi qualcuno è soltanto trascurato, ma altri addirittura ignorati.

Facciamo qualche esempio. Il primo: la liquidità finanziaria è seducente. Attrae, chiama, è una tentatrice che spinge chi la detiene ad utilizzarla. I soldi sul conto corrente possono esssere spesi.
Questo è ciò che emerge da un preciso filone di studi comportamentali dei primi Anni Ottanta, riconducibile al premio Nobel Richard Thaler e ad altri studiosi, i quali battezzano il cosiddetto “mental accounting”.

L’evidenza empirica dimostra l’inclinazione degli individui ad etichettare il denaro, ad inserirlo in precisi conti mentali che generano comportamenti economici diversi. In altre parole, la ricerca dimostra che se due persone sono in grado di generare oggi la stessa quantità di risparmio, non è detto che domani abbiano la stessa quantità di ricchezza.
Risparmiare mille euro al mese e lasciarli in conto non è come risparmiare mille euro al mese e spostarli in un altro contenitore finanziario, in un altro conto mentale: nel primo caso la tentazione (anche inconscia) di spendere la somma esiste; nel secondo caso, il solo spostamento della somma genera valore.
Un rendimento comportamentale, ancor prima che finanziario.

Un secondo, importante aspetto da considerare riguarda il fatto che la liquidità, i soldi sul conto corrente o sul libretto postale, non lavora per noi.
Come è possibile che gli italiani siano da sempre grandi risparmiatori, ed al contempo gli ultimi in Europa per incremento della ricchezza finanziaria? Semplice: non fanno lavorare correttamente il denaro.
Al risparmio, che rappresenta una straordinaria virtù nostrana, deve far seguito l’investimento. Questo passaggio è fortemente condizionato dalla paura che produce nella testa dei più, investire significa oscillazioni, turbolenze, incertezze e rischio di perdere soldi.
Le cose però stanno diversamente: se il processo di investimento è ben impostato, con diversificazione scientifica e rispetto degli orizzonti temporali statistici, la volatilità rappresenta solo il carburante del rendimento, l’ingrediente ineliminabile per generare valore.
Detenere invece un eccesso di liquidità non significa esser certi di non perdere, ma esattamente il contrario: l’inflazione, sempre presente anche se occulta, impoverisce ed erode potere d’acquisto ai possessori di ricchezza.

Ma c’è soprattutto un altro motivo che dovrebbe essere volano di riflessione: la liquidità in eccesso è dannosa, per il semplice fatto che non sarà mai abbastanza.

Nessun conto corrente sarà mai così capiente di denaro da poter affrontare qualsiasi imprevisto della vita, per gli imprevisti non servono tanti soldi ma relativamente pochi ma spesi per le giuste protezioni.

La rivoluzione economica, sociale e demografica alla quale stiamo assistendo non ha precedenti: in Italia il tasso di fecondità è ai minimi storici (non si fanno più figli), al contrario c’è un tasso di longevità tra i più alti al mondo. Passeremo in media 25 anni in terza e quarta età, e saremo sempre più soli perché le famiglie sono sempre più composte da un nucleo più ristretto di persone. Ancora, il welfare pubblico si sta ritirando in tutte le sue forme. Insomma, serviranno sempre più soldi per vivere e noi non ci possiamo permettere di creare ricchezza e di non ottimizzarla.

Alla pensione e allo stile di vita di quando saremo anziani non possiamo pensarci con il conto corrente o con il libretto postale, bisogna prendere una parte del reddito e metterlo nei giusti contenitori che ci permetteranno di avere una terza e quarta età serena, di non diventare un peso o un’ostacolo per la vita dei nostri figli e nipoti.

Si potrebbe andare avanti, ragionando su altri motivi per i quali il patrimonio finanziariamente liquido rappresenti un problema, non un valore; un motivo che spinga all’azione, non all’inerzia.

Ma quanto detto in queste poche righe dovrebbe in realtà essere sufficiente a comprendere un concetto tanto semplice quanto determinante e lo ripeto: lasciare i soldi dove sono, non significa lasciare le cose come sono.

La tassa implicita del conto corrente

Senza entrare nel merito delle varie proposte elettorali (flat tax, canone Rai, reddito di cittadinanza, tetto del 3% e via dicendo), la situazione italiana attuale offre lo spunto per discutere di una delle distorsioni cognitive più comuni tra quelle che condizionano la gestione delle finanze personali. Per quanto il senso civico di una persona possa essere spiccato, pagare le tasse difficilmente è un’esperienza piacevole, per ragioni facilmente intuibili.

A nessuno piace pagare senza ricevere una gratificazione immediata: le imposte servono per aiutare lo Stato a mettere in piedi servizi pubblici ma, al netto dell’opinione che ciascuno può avere sull’efficienza della macchina statale, è difficile trovare qualcuno che sia gratificato dal pagamento.

Se pagare le tasse non è per definizione un’attività piacevole (anche se è un dovere civico importante, sia chiaro), è anche vero che non tutte le tasse sono uguali. Alcune sono più odiate di altre, spesso non per motivi del tutto razionali. A contare non è solo l’effettivo peso dell’imposta sulle proprie tasche, ma soprattutto le modalità e la tempistica del prelievo, oltre che probabilmente la natura stessa di un’imposta rispetto a un’altra. Così, per esempio, le tasse che vengono prelevate una tantum sono considerate più odiose di quelle ricorrenti. In Italia, da sempre, in fondo alla classifica del gradimento ci sono le tasse sulla casa, vero e proprio tasto dolente per l’elettorato italiano, anche se la tassa più alta in relazione agli altri paesi europei in realtà è quella sul reddito.

Allo stesso modo se una tassa viene trattenuta, come avviene per l’Irpef in busta paga, potrebbe diventare più odiosa di una tassa che invece viene raccolta come l’Iva per i commercianti, anche se di fatto quest’ultima viene scaricata sui Clienti. La politica ovviamente conosce bene l’indice di gradimento delle varie imposte e su esso basa le proprie scelte elettorali o anche politiche.

Vi ricordate gli 80 euro di Renzi? Al di là di ciò che si possa pensare riguardo l’iniziativa, non può sfuggire che l’ex Presidente del Consiglio, conoscendo l’effetto attutito da un punto di vista del consenso che avrebbe generato una riduzione dell’imposta sul reddito, decise di far passare il taglio come “bonus” e non come riduzione fiscale.

Se la percezione delle persone riguardo al valore di ciò che stanno pagando attraverso le tasse varia in modo così deciso quando si passa da un’imposta all’altra, ancora maggiore è l’aspetto cognitivo che impedisce di visualizzare il valore di ciò che stiamo perdendo non quando paghiamo ma quando evitiamo di agire.

Uno dei casi più lampanti sono le perdite che si subiscono quando si lasciano i soldi parcheggiati sul conto corrente. Un recente articolo pubblicato su “Il Sole 24 Ore” ha quantificato il costo totale per gli italiani per le scelte di risparmio non efficienti. Come noto, le famiglie italiane nonostante la crisi, hanno mantenuto uno stock di ricchezza piuttosto rilevante. Secondo Bankitalia, le famiglie mantengono in liquidità 1329 miliardi di euro. Considerando che l’inflazione è cresciuta nel 2017 dell’1,2% e che il rendimento medio dei depositi è stato dello 0,4% la perdita di valore del patrimonio degli italiani è stata dello 0,8% ovvero un ammontare pari a 10,6 miliardi di euro.

Se immaginassimo un’inflazione che raggiunge il target prefissato della Bce, vicina al 2%, la perdita di valore annua del risparmio supererebbe i 20 miliardi di euro. Ricordiamo che il livello dei prezzi è in aumento nei prossimi anni, poiché sono finiti i tempi dell’inflazione prolungata.

Le scelte di risparmio non efficienti diventano quindi una “tassa” nascosta, figlia della scarsa educazione finanziaria e della mancanza di provvedimenti seri che favoriscano il risparmio. Tuttavia, per sua natura, non stupisce che essa non figuri tra le priorità dell’opinione pubblica e quindi dell’agenda politica. Non stupisce, ma ciò che potrebbe causare è un elevato costo per gli italiani.

Quanto vale questa cifra se comparata con altre tasse? Il canone Rai per esempio, nel suo complesso, costa 2 miliardi di euro (un quinto del deprezzamento). La vecchia Imu sulla prima casa ne valeva 8 (meno dell’attuale livello di deprezzamento), mentre l’Iva, ovvero il 21% applicato a quasi tutti gli acquisti effettuati sul territorio nazionale in un anno ne vale 120, solo sei volte tanto il livello di deprezzamento a regime. Come al solito i grandi numeri nascondono sotto il tappeto la moltitudine dei casi particolari.

I risparmi sul conto sono frutto di una distorta concezione del rischio!

Il peso di questo fenomeno di deprezzamento, come logico, non è ripartito equamente tra tutti, ma concentrato sulle persone che hanno dei risparmi sotto il materasso, proprio come si trattasse una “tassa patrimoniale”. Se guardiamo la questione da una prospettiva personale, un’inflazione vicina al 2% è in grado di far diminuire il valore del capitale del 30% in 20 anni.

Ciò che impedisce a molte persone di investire è l’ignoranza sulle alternative rispetto agli abituali BOT, l’avversione al rischio, ovvero la paura di subire delle perdite sul proprio capitale. Ma questa paura deriva molto spesso da una non corretta percezione del rischio.

La vera scelta, infatti, non è tra una potenziale perdita e lo status quo, ma tra la generazione di rendimento attraverso un rischio controllato e una perdita di valore certa.

Ci sono masse importanti di liquidità sui conti correnti e migliaia di Clienti che non sanno cosa fare.

Ci sono soluzioni assicurative interamente a Gestione Separata con capitale garantito e consolidamento dei risultati, soluzioni assicurative MultiRamo per coniugare al meglio rischio e rendimento e ci sono soluzioni finanziarie con il risparmio gestito (fondi comuni di investimenti di diritto italiano e estero).

Dedicato ai clienti di Unicredit Banca

Riporto l’articolo di Citywire senza nessun commento o considerazione personale.

Cf, la gestione della MiFID2 da parte di Unicredit non piace ai sindacati: “solo improvvisazione”

“L’entrata in vigore dal 2 Gennaio scorso della MIFID II difficilmente verrà dimenticata dai nostri colleghi, che stanno vivendo giornate di straordinaria follia, abbandonati, ancora una volta, da tutta l’organizzazione aziendale”, così riporta una nota diramata dai Coordinatori Territoriali in Unicredit Sicilia dei sindacati di categori, FABI, FIRSTCISL, FISAC/CGIL, UILCA e UNISIN.

“Unicredit, infatti”, spiegano i sindacati, “mentre da un lato non si è premurata di dare ai colleghi che svolgono le mansioni di consulente o di gestore una formazione rapportata alla portata epocale del cambiamento, approfondita negli impatti operativi, dettagliata nella parte tecnica e soprattutto nel rispetto di una corretta applicazione normativa della delicata materia oggetto della MIFID II, dall’altro, come se nulla fosse successo, spinge, con i metodi stigmatizzati da queste OO.SS. in tutti gli incontri di Osservatorio, per la vendita di prodotti finanziari.

Ecco allora il 2 gennaio l’azienda, nelle diverse aree di comando, spingere spudoratamente sulle vendite di prodotti d’investimento, in barba ad una formazione mai erogata ai colleghi, che mettesse gli stessi in grado di fronteggiare correttamente gli adempimenti previsti dalla normativa della MIFID II”.
“ L’Azienda si è solamente premurata di inserire, il 4 gennaio”, denunciano le organizzazioni sindacali2″, in forte ritardo rispetto ai tempi di entrata in vigore della normativa, i corsi on line, già insufficienti di per sé a fornire una formazione completa per una materia di minore complessità, a maggior ragione per una di così importante rilevanza.

Ci sarebbe voluta, minimo, la programmazione di almeno una giornata formativa in aula, se fatta per tempo, ma ormai l’improvvisazione è la modalità operativa piu’ consueta”.
“Improvvisazione – aggiungono – unita ad un’estemporaneità che non va nel segno della professionalità di quanti operano sul campo: che dire infatti delle note operative pubblicate il 29/12/2017 (quando parecchi colleghi erano assenti per ferie) e comunicate con mail il 5 gennaio?
Come può pensarsi che le note possano, da sole, essere sufficienti per permettere agli addetti ai lavori di comprendere le novità introdotte dalla nuova Mifid II, sia dal punto di vista operativo, che formativo?

In questo preoccupante e non rassicurante scenario, ci risulta anche che in tutta la Sicilia, nella seconda parte di Dicembre del 2017, sia arrivata forte e chiara l’indicazione perentoria di riempire le agende dei gestori e dei consulenti per far sì che nella prima settimana di gennaio 2018 si potesse realizzare una partenza sprint: questo è quello che conta, l’effimera immagine del momento, come se non ci fosse un Domani commerciale da programmare e gestire”.
“Per l’azienda – concludono FABI, FIRST-CISL, FISAC/CGIL, UILCA e UNISIN – l’importante è perpetuare la farsa della comunicazione delle manifestazioni di interesse dei clienti, con l’indicazione esatta dei volumi da investire, prima ancora dell’incontro in Filiale con gli stessi Denunciamo l’ennesima occasione persa dal managment di questa banca e ribadiamo che se l’aspetto commerciale è, giustamente, fondamentale tuttavia il rispetto della normativa e la tutela dei Colleghi sono prioritari a qualsiasi logica commerciale.

Invitiamo, pertanto, i colleghi ad astenersi dal porre in essere qualsiasi transazione qualora non avessero preventivamente fruito della prevista formazione e non fossero pienamente coscienti del disposto della nuova normativa e, nel contempo, evidenziamo all’Azienda che, in questo contesto di confusione ed abbandono, i Colleghi non sono e non possono essere ritenuti responsabili per le eventuali conseguenze del malfunzionamento e della scarsa o inesistente formazione ricevuta, poiché tali responsabilità sono da attribuire esclusivamente, come peraltro già dimostrato in tante altre occasioni, alle carenze organizzative della Banca”.

I rischi per il cliente PRUDENTE

Dialogo tra un cliente e il suo Consulente Finanziario.

Cliente: ho visto l’ultimo estratto conto, ma come mai su questi BOT annuali e semestrali il rendimento è addirittura negativo? Paghiamo soldi invece che incassarne?
CF: si, per clienti con il profilo di rischio che mi ha comunicato di voler mantenere questo è il mercato: la paura di perdere tanti soldi è tanta e allora si accetta di perderne pochi, ma di avere la garanzia sul grosso.

Cliente: se è così, perché non trasformare in contanti il tutto e tenerli nel conto corrente o in un conto di deposito?
CF: potrebbe essere una soluzione, ma poiché in gestione abbiamo più di 100 mila euro, che è la soglia garantita in caso di crack della banca, ha presente Veneto Banca, Banca Pop. Di Vicenza, lei si sente di correre il rischio?

Cliente: ma quali sono le alternative? Non è meglio direttamente andare su dividendi azionari o cedole di obbligazioni che rendono di più?
CF: giusto, ma allora deve variare il suo profilo di rischio. In altri termini, deve accettare il rischio di vedere oscillare nel corso dell’anno del 10-15% il valore di quanto investe. Ha la testa e la voglia per farlo? La cosa peggiore sarebbe che mi telefonasse alla prima serie di sedute negative come dal 12 al 14 dicembre del 2017, dicendomi di vendere tutto: il timing sbagliato è il tallone d’achille di tutti gli investitori poco avvezzi al rischio.

Cliente: cosa vuole che le dica… E se andassimo su altre valute? Il dollaro per esempio?
CF: ottima intuizione, ma le domando: secondo Lei, cosa rende di più in questo momento: un Buono del tesoro americano a cinque anni o un Btp della stessa durata?

Cliente: con l’aria che tira in Italia, direi il Btp.
CF: sbagliato: il T-Bond rende il 2,31% e il Btp lo 0,95%.

Cliente: ma come, ci sarà bene una differenza tra l’America solida, in crescita, con tanti posti di lavoro e la situazione italiana… E poi non dicono tutti che il dollaro sarà sempre più forte dell’euro nei prossimi mesi?
CF: certo, lo dicono tutti… Però in questo momento il mercato dice cose diverse

Cliente: cioè?
CF: che nei prossimi anni i tassi in Usa saliranno e i prezzi dei titoli di stato in circolazione scenderanno: ecco perché quelli ora sul mercato devono avere un rendimento più alto. Discorso diverso per i Btp: i tassi in Europa restano stabili e se dovessero salire lo faranno a velocità ridottissima, ecco perché è sufficiente il livello attuale dell’1% di rendimento.

Cliente: mah, a questa ci credo poco. E sul cambio, invece?
CF: si ricorda che al momento dell’introduzione dell’euro, il cambio era a 1,18 dollari, come ora, e la previsione di tutti era che sarebbe arrivato presto a 1,4, visto la crescente importanza che l’euro avrebbe avuto come moneta di riserva mondiale. E invece sei mesi dopo l’euro era crollato a 0,8 dollari… Ora l’euro è risalito a 1,20 dollari, ma continuerà così? Una cosa sono i trend, un’altra le oscillazioni di breve.

Cliente. Mi è venuto un gran mal di testa…
CF: la comprendo, ma la verità è che nessun economista, nessun gestore, nessuno strategist ha mai vissuto o studiato in passato una situazione del genere: recessione e deflazione in una parte del mondo, titoli di stato stampati a go-go per favorire la crescita in un’altra parte… La confusione è grande e a pagarne le spese è proprio l’investitore più prudente.

Cliente: Vabbè, ci penso, mi chiami domani.

Accumulare soldi, un metodo SEMPRE CONVENIENTE E VINCENTE rispetto al conto corrente/deposito

Gli Italiani accumulano soldi su conti correnti e su conti deposito, invece dovrebbero investirli in un PAC, acronino di <<Piano di Accumulo di Capitale>>.
La fonte delle: informazioni, dati, tabelle e grafici sono presi direttamente dal sito MoneyFarm (http://blog.moneyfarm.com/it/investire/pac-alterantiva-conto-corrente).

Il Pac è l’alternativa sicura a mettere i soldi sotto il materasso

Il Piano di accumulo capitale è una soluzione che prevede il versamento periodico di una somma di denaro stabilita inizialemente dal risparmiatore insieme al suo consulente finanziario in uno strumento di investimento, come fondi comuni di investimento, una gestione patrimoniale, una polizza assicurativa-finanziaria, ecc. .

Il Pac è uno strumento estremamente flessibile, la somma di denaro si può ridurre, incrementare, mettere in pausa o fermare, in base al momento della vita del risparmiatore. Il Pac, da me proposto alla mia clientela, prevede la possibilità di disinvestire in ogni momento, senza alcuna penale.  Il Pac prevede un costo complessivo che la somma di una serie di singoli costi che corrispondono:

  1. Commisione di sottoscrizione, azzerabili
  2. Commissioni di gestione, suddivise in percentuale tra il gestore dello strumento finanziario, la società di consulenza e il consulente finanziario.

Aggiungendo nuove somme di denaro con cadenza periodica, consigliata quella mensile (più efficiente), il prezzo di acquisto varia di volta in volta a seconda dell’andamento degli strumenti. Per via delle oscillazioni di mercato, dunque, capiterà di acquistare gli strumenti a prezzi più o meno alti.
Il prezzo medio di acquisto tenderà di conseguenza a normalizzarsi, riducendo il rischio legato alla tempistica di ingresso nel mercato.

L’alternativa sicura al conto corrente

Il Pac è lo strumento ideale per tutti i risparmiatori che vogliono costruire un gruzzolo per il futuro più sicuro, tramite una sana r consapevole disciplina di risparmio.
Il Pac è lo strumento anche adatto gli investitori prudenti, che vogliono entrare in punta di piedi e gradualmente nei mercati finanziari.

“Per mostrare come il Pac costituisca un’alternativa sicura al semplice accumulo, abbiamo preparato una simulazione basata su dati storici reali. Abbiamo messo alla prova il Pac con il semplice risparmio sul conto corrente. Abbiamo simulato i rendimenti del Pac con tutte le serie decennali che si sarebbero presentate dal 1969 a oggi. Ciò che abbiamo scoperto è che il Pac sarebbe stata, con un orizzonte temporale giusto, una scelta in tutti i casi vincente.”

“Nel grafico, la linea grigia rappresenta il semplice accumulo di capitale, ovvero il risultato che otterresti se mettessi 100 € al mese “sotto il materasso”. Come puoi notare la linea cresce in modo lineare, perché l’aumento dello stock di capitale messo da parte è costante.

Le linee azzurro chiaro rappresentano tutti i possibili risultati che avresti ottenuto investendo 100 € al mese su di un portafoglio 60% azionario e 40% obbligazionario (portafoglio bilanciato). La simulazione prende in considerazione serie storiche reali (dal 1969 al 2016), che includono quindi anche i momenti di mercato più negativi del recente passato. In questo caso la crescita è ondulata, poiché riflette le oscillazioni di mercato.

La linea azzurro scuro rappresenta invece il risultato mediano* di tutte le linee azzurre. In tutti i casi è preso in considerazione un orizzonte temporale di 10 anni.

Ciò che balza subito all’occhio è che, dopo 10 anni, in nessun caso il Pac avrebbe avuto una performance inferiore al semplice accumulo di capitale. Come si può riscontrare dalla tabella, più l’orizzonte temporale si allunga, più i Pac in perdita rispetto al semplice accumulo diminuiscono fino a raggiungere lo 0% dei casi.”

La simulazione, dimostra chiaramente come il Pac sia una soluzione migliore rispetto al semplice accantonamento. A fronte di un rischio di mercato limitato, che tende a diventare nullo man mano che il periodo dell’investimento si allunga, con il Pac otterresti un risultato migliore nella stragrande maggioranza dei casi. In media un Pac ti avrebbe portato un profitto circa 6,000€ (ovvero il 50% di quanto saresti riuscito ad accumulare in 10 anni).

Mi rivolgo a Voi risparmiatori che tenete i soldi sul conto corrente o sotto al materasso, ricordandoVi che il mondo è cambiato, è nato il BAIL IN bancario e invece da sempre ci sono i ladri che entrano in casa.

Mettete da parte i Vostri sudati soldi/risparmi con un metodo SEMPRE CONVENIENTE E VINCENTE.

Sul mio sito trovate tutte le informazioni per metterVi in contatto con me, Daniele Bioletto Consulente Finanziario iscritto all’albo con delibera Consob n. 14088 del 27/05/2003.

Quel rischio che nessuno conosce

Gli italiani sono ansiosi quando si devono occupare di investimenti. Non sanno valutare la pericolosità degli strumenti e scelgono soprattutto sulla base dei consigli degli amici. E’ ora di cambiare.

I risparmiatori italiani devono capire che bisogna affidarsi ad un esperto finanziario assicurativo e che devono pagare il lavoro svolto dal professionista.

Permettetemi un paragone per me appropriato ma un pò forte, tra un Consulente Finanziario ed un Dottore Specialista.

Il Dottore si occupa di un argomento importante la Salute.

Il paziente va dal medico solo quando sta male, potrebbe andarci prima per fare una visita di controllo ed evitare di stare male? Si, ma non lo fa.

Dal medico pretende che risolva il suo problema di salute, grave rischia la vita oppure semplice come la tosse.

Il medico la prima cosa che fa, sono delle domande prima generiche e poi sempre più precise, ascolta le risposte, valuta la situazione (legge gli esami clinici) in base alla sua esperienza e quella dei suoi colleghi, ed infine emette la diagnosi.

La diagnosi a volte è la cura definitiva altre volte è richiedere ulteriori accertamenti, in altri casi deve dire che non esiste la cura.

Il medico compila la parcella, il paziente accetta sempre la diagnosi, non può fare diversamente e anche se non soddisfatto o contento, PAGA il dottore.

Il Consulente Finanziario si occupa di un argomento importante il Risparmio, il denaro che non da la felicità ma in caso di problemi esempio: di Salute può aiutarci in modo diretto pagando la prestazione sanitaria o in modo indiretto pagando il premio della polizza assicurativa che provvede a pagare la prestazione sanitaria.

Il Consulente Finanziario è una persona esperta, che ha una qualifica professionale riconosciuta dallo Stato italiano, che per lavorare paga di tasca propria gli organi pubblici di controllo, terze parti, Consob e APF che controllano che faccia bene il suo lavoro a tutela dei clienti/risparmiatori/investitori.

Il cliente va dal CF solo dopo che con il fai da te, con il parere degli amici e con la sua banca, di cui è sempre il miglior cliente, ha avuto perdite, è stato fregato, ecc. e vuole non delle risposte come dal Medico, ma che il CF recuperi tutti i suoi risparmi persi, ovviamente senza rischio, con la garanzia che da adesso non perderà il proprio denaro e che i rendimenti siano fuori mercato e che ogni anno guadagni sempre.

Il Consulente inizia con il fare domande generali quali: composizione del nucleo famigliare? Chi porta a casa il reddito? A quanto ammonta il reddito famigliare? Se il cliente è in casa di proprietà o affitto? Ecc. Poi passa a domande più precise: A quali progetti e/o esigenze serve il risparmio (per i figli, casa, pensione, non si sa mai, ecc.)? Quanto tempo abbiamo a disposizione per realizzare i progetti? Quale capacità di sopportazione di eventuali oscillazioni negative ha il risparmiatore? Ecc.

Il CF ascolta con attenzione, valuta la situazione, predispone un piano sia finanziario (allocazione del risparmio) sia temporale e lo espone al risparmiatore tramite la Raccomandazione di investimento.

Per il risparmiatore è tutto finito, NO.

Il CF spiega al cliente che il suo lavoro come quello del Medico non ha certezze e che deve essere pagato.

Come il risparmiatore può pagare il lavoro svolto, tramite una parcella oppure tramite una percentuale sui costi che il risparmiatore deve sostenere per l’esecuzione della Raccomandazione di investimento (commissioni di sottoscrizione degli strumenti finanziari).

Infine il CF spiega al risparmiatore che dopo la sottoscrizione del contratto, lui continuerà a seguire il risparmiatore nel tempo e che il suo lavoro sarà pagato o con emissione di parcella o con una percentuale dei costi sostenuti dal risparmiatore come commissioni di gestione degli strumenti finanziari sottoscritti.

Questo è il corretto modo di gestire il proprio risparmio.

Le statistiche precise sulla situazione italiana leggi l’articolo su MorningStar
http://www.morningstar.it/it/news/161949/quel-rischio-che-nessuno-conosce.aspx