La prudenza degli italiani un boomerang per i loro soldi

Questo articolo segue il precedente sui soldi degli italiani lasciati a marcire si proprio a marcire sui conti correnti e libretti bancari e postali.

Se avessimo investito mille euro 10 anni fa sulle Borse, sulle obbligazioni, sull’oro o lasciati sul conto corrente? Oggi quanto valgono , fonte dei dati “Il sole 24 Ore” e “AdviceOnly”.

Ricordo a tutti i risparmiatori italiani, che loro circa 1400 miliardi su 4200 parcheggiata sui conti correnti o sotto il materasso, sono convinti che così proteggono bene i loro risaprmi perchè è meglio evitare i mercati finanziari. Eppure, se si guarda la storia più o meno recente, si scopre che in termini di potere d’acquisto sono proprio il «materasso» e i conti correnti/libretti a svalutare veramente i risparmi. Non le Borse o le obbligazioni.

Mille euro lasciati sul conto corrente dieci anni fa, oggi infatti valgono (in termini di potere d’acquisto e dunque considerando l’inflazione) solo 875 euro. Mentre gli stessi mille euro investiti sempre 10 anni fa sulle Borse globali oggi ammontano (sempre in termini di potere d’acquisto) a 2.241 euro. E se investiti sulle obbligazioni globali risultano diventati 1.156 euro.
La crisi, la crisi intanto dopo 10 anni i soldi BEN investiti sui mercati azionari di tutto il mondo sono moltiplicati X 2

AZIONI E BOND BATTONO IL CASH

Quanto sarebbero diventati 1000 euro investiti in azioni, bond e cash in vari archi temporali. Performance in termini reali, cioè tenendo conto dell’inflazione. Dati in euro. (Fonte: AdviseOnly)

Questi calcoli, realizzati per Il Sole 24 Ore da AdviseOnly, non vanno fraintesi. Non vogliono infatti dire che i mercati finanziari non abbiano rischi. O che garantiscano guadagni facili. O che le performance passate siano indicative del futuro. Tutt’altro, sia chiaro. Questi numeri mostrano però che i mercati finanziari non sono qualcosa da evitare a tutti i costi come tanti italiani fanno. Guardando i dati e le performance di tutte le principali asset class, si può infatti avere una prospettiva diversa rispetto alla retorica spesso dominante. Una prospettiva utile. Perché i numeri che arrivano dai mercati questo raccontano: mettere i soldi sotto il materasso è il modo migliore per perderli, per farli erodere da quel tarlo invisibile e silenzioso chiamato inflazione. Investirli sui mercati, con una buona diversificazione, può offrire invece migliori opportunità.

Il Contante vede solo una lenta e inesorabile erosione del potere d’acquisto: mille euro in 20 anni si sarebbero praticamente dimezzati. Ripetiamo: questo è in termini reali, tenendo costo dell’inflazione. Significa insomma che mille euro sotto il materasso sarebbero ancora mille euro nominali, ma il loro potere d’acquisto si sarebbe dimezzato. E sui conti correnti l’erosione non cambia: ormai i rendimenti medi sono – secondo Bankitalia – pari a 0,37% e i costi di gestione sono saliti a 86,90€ medi annui.

Il potere della diversificazione
Se questi sono i dati generali, nello specifico non tutti i mercati sono andati bene. Mille euro investiti nella Borsa di Milano 20 anni fa, per non andare troppo lontano, oggi equivarrebbero in termini reali a 676 euro. Un’erosione del potere d’acquisto non pari a quella del cash, ma neppure minima. Ma la Borsa di Milano è l’unica che in un arco temporale così lungo avrebbe bruciato i risparmi: i mercati emergenti, le azioni europee, quelle Usa o giapponesi, ma anche le obbligazioni emergenti o Usa hanno infatti tutti regalato performance positive in 20 anni. E anche in archi temporali più brevi. Questo dimostra che bisogna sempre evitare di puntare non solo su un unico titolo, ma anche su un unico mercato: diversificando si riducono i rischi.

Quanto valgono oggi 1000 euro investiti in varie asset class in diversi archi temporali. Performance in termini reali, cioè tenendo conto dell’inflazione. Dati in euro. (Fonte: AdviseOnly)

Alla fine cari italiani, le soluzioni per risolvere le vostre esigenze e raggiungere i vostri obiettivi ci sono, quello che dovete fare è una bella PIANIFICAZIONE del vostro denaro.
Il fai da te lo sconsiglio, meglio rivolgersi ad uno specialista del risparmio.

Daniele Bioletto Consulente Finanziario – Specialista Vita

Ottimizzare i costi del Personale con l’utilizzo del Fondo Pensione

Le aziende italiane hanno uno strumento semplice ed efficace per ridurre e semplificare i costi di gestione del loro personale dipendente, parlo della gestione finanziaria del trattamento di fine rapporto (TFR) o liquidazione, attraverso l’utilizzo dei Fondi Pensione.

Il Fondo Pensione permette all’aziende di accedere a importanti sgravi fiscali e contributivi, liberandole anche dall’obbligo di legge (art. 2120 del Codice Civile) della rivalutazione del TFR (1,5% fisso + 75% dell’inflazione).

In questo modo il Fondo Pensione si rivela un’importante alleato dell’imprenditore nell’ottimizzare la gestione della liquidità.

La Previdenza Complementare in Azienda

Attraverso un accordo semplice e gratuito, il datore di lavoro verserà al fondo le quote di TFR maturate dai dipendenti, che a loro volta possono godere dei benefici a loro riservati, che consistono in una tassazione ridotta rispetto a quella della liquidazione, la possibilità di avere accesso al TFR per importi maggiori rispetto all’azienda, per motivazioni, fino al 30% del montante senza dover fornire spiegazioni, e per frequenza che in azienda è limitata ad una sola volta. In questo modo lo strumento risulta ottimo sia per il datore di lavoro che per i dipendenti.

I vantaggi dell’accordo sono notevoli, di natura sia fiscale che finanziaria.

Vantaggi Fiscali

Le somme di TFR versate nel fondo, all’azienda portano un beneficio fiscale pari ad un onere deducibile del 4% che permette di abbattere l’imponibile in fase di dichiarazione dei redditi. Per le aziende che al 1 luglio 2007 avevano meno di 50 dipendenti la deducibilità aumenta al 6%.

Il vantaggio della deducibilità si estende anche al contributo che il datore di lavoro (su base volontaria) decide di concedere ai suoi dipendenti, aderenti al fondo pensione.

Inoltre i vantaggi fiscali sono estesi anche ai versamenti con riferimento al welfare aziendale confluiti nel fondo pensione, rendendo una completa detassazione del premio produttività versato nella previdenza complementare.

Vantaggi Finanziari

Il datore di lavoro versando il TFR al fondo pensione, demanda ogni onere di gestione del patrimonio al fondo stesso, mentre accantonandolo come adesso, andrebbe incontro ad un indebitamento verso i propri dipendenti con un interesse annuo pari all’1,5% fisso + 75% del tasso di inflazione.

Tale posizione debitoria entra a far parte del merito creditizio dell’azienda aumentando il grado di rischio dell’azienda stessa presso il sistema bancario.

L’accumulo del TFR dei dipendenti nel fondo pensione permette di diluire nel lungo periodo l’importo della liquidazione, la cui erogazione, in caso di licenziamento, dimissioni o pensione, al dipendente verrà fatta direttamente dal fondo pensione sollevando da ogni onere l’azienda stessa e dal rischio di indebitamento dovuti all’esborso improvviso.

Ulteriori importanti vantaggi

Il datore di lavoro è esonerato dal versamentoTFR Azienda vs Fondo Pensione 2019 del contributo dello 0,20% al fondo garanzia INPS.

Il datore di lavoro relativamente alla quota di TFR conferita al fondo pensione beneficia di una riduzione progressiva del carico contributivo pari allo 0,28%.

Conclusioni

Ma quanto è rilevante la convenienza per l’azienda i cui dipendenti scelgono la previdenza? A conti fatti il mix di compensazioni, incentivi e mancato obbligo di rivalutazione della liquidazione, produce un beneficio del 12,2% rispetto alla quota di Tfr versata nel fondo pensione.

In definitiva il corretto e razionale utilizzo degli strumenti a disposizione è un fattore di competitività vincente e conveniente.

Eredità: I nuovi costi all’orizzonte

RIPORTO UN INTERESSANTE ARTICOLO SULLE EREDITA’, DOVE SI PARLA DI UN AUMENTO DELLE TASSE E COSTI DI SUCCESSIONE.

Nel Paese più superstizioso del mondo oggi proviamo a parlare di Passaggio Generazionale.

22/03/2016 Elisabetta Massa

 Largo ai giovani, largo ai giovani… Sì, ma mia cara successione, quanto mi costi!
In Italia, dati alla mano, solo 8 Italiani su 100 pianificano la propria successione. E gli altri 92? Lasciano tutte le pratiche da sbrigare agli eredi. Ma vi siete mai chiesti quanto vi costa lasciare ai posteri questa incombenza?
Il 20 Gennaio 2015 su iniziativa dei deputati della Camera, è stata fatta una nuova proposta di legge che modifica l’attuale normativa sulle successioni (in particolare al Decreto legge n. 262 del 2006, convertito con modifiche dalla legge n. 286 del 2006 e al decreto legislativo n. 346 del 1990).
Fino ad oggi. La normativa attuale prevede una franchigia di 1 milione di euro per erede, coniuge o parenti in linea diretta.
Un-milione-di-euro-per-ciascun-erede-diretto-escluso-dalla-tassazione.
Per le eccedenze invece c’è una imposizione fiscale del 4% per i parenti in linea diretta (coniuge e figli), del 6% per i parenti fino al quarto grado e dell’8% per gli altri soggetti.
Nuova proposta di legge. Secondo la nuova proposta avanzata alla Camera, le franchigie previste sono troppo alte e l’esenzione dalla tassazione dei titoli di Stato ricevuti in eredità rappresentano una disparità sociale.
Una vera e propria bomba a mano sganciata in Parlamento! Vediamola in dettaglio.
Beni devoluti a favore del coniuge e dei parenti in linea diretta, franchigia: 500.000€, aliquota d’imposta 7%;
Beni devoluti a favore di fratelli e sorelle, franchigia: 100.000€, aliquota d’imposta 8%;
Beni devoluti a favore di parenti fino al quarto grado, nessuna franchigia, aliquota d’imposta 10%;
Beni devoluti a favore di altri soggetti esclusi dall’asse ereditario, nessuna franchigia, aliquota d’imposta 15%;
Per le eredità eccedenti i 5 milioni di euro, le aliquote si intendono TRIPLICATE.
Un bel modo dello Stato per fare cassa e assottigliare le disparità sociali. L’Italia dal punto di vista delle tasse di successioni rappresenta un vero e proprio paradiso fiscale.  Mediamente negli altri paesi d’Europa le aliquote si aggirano intorno al 25%.
Ma come fare per non dilapidare parte del patrimonio in inutili tasse e oneri statali?
Armatevi di aglio, cornetti e ferri di cavallo ed andate a scambiare due chiacchiere col vostro consulente finanziario.
(To be continued…)
Articolo tratto dal blog a cura di Elisabetta Massa.

4 falsi miti sulle pensioni degli italiani

Fonte: Articolo di Jacopo Caretta Mussa – 29 gennaio 2018

Le pensioni sono tra i temi più caldi del dibattito politico pre-elettorale in corso. Come spesso accade le parole sono tante e i dati pochi, pochissimi

Pensioni al centro del dibattito politico tra falsi miti e realtà

Non vi sarà sfuggito che siamo entrati in campagna elettorale. L’Italia avrebbe bisogno di un dibattito serio su tanti fronti legati alla crescita, ma alla fine la sfida elettorale si concentra sempre sulle stesse questioni: Europa, immigrazione e pensioni. E proprio su questo ultimo punto si giocherà un pezzo importante del futuro finanziario del nostro Paese.

Nei prossimi mesi ne sentiremo delle belle su questo fronte, purtroppo il dibattito è viziato da parole vuote, senza il supporto dei dati.
Quindi, se i nostri politici non argomentano le loro affermazioni, lo facciamo noi:

1. Andiamo in pensione più tardi degli altri cittadini europei – FALSO

In teoria sì, dovrebbe essere così perché la legislazione vigente prevede che gli uomini vadano in pensione a 67 anni, e le donne a 66. Ma negli anni il Governo ha introdotto numerose forme di flessibilità che hanno ridotto l’età effettiva di pensionamento. Ad oggi, stando ai calcoli dell’OCSE, l’età effettiva di pensionamento è di circa 62 anni, ben al di sotto della media dei Paesi che fanno parte dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico.

2. Per le pensioni spendiamo meno degli altri Paesi – FALSO

Mica tanto vero: da molti punti vista, il nostro Paese è tra i più generosi. In Europa siamo tra i Paesi che spendono di più sia in termini di Prodotto interno lordo (PIL), sia in termini di reddito pro-capite.

3. Gli assegni pensionistici italiani sono i più bassi – FALSO

Purtroppo gli assegni pensionistici sono in linea con l’economia nazionale. In media, un lavoratore dipendente riceve un assegno di vecchiaia pari a 703 euro. Con una cifra così, far quadrare i conti non è semplice. Tuttavia, in Italia le prestazioni pensionistiche sono in linea con lo stipendio medio ricevuto durante la vita lavorativa, e tra l’altro il trattamento pensionistico italiano è decisamente più generoso rispetto alla media OCSE.

4. Le ultime riforme hanno messo al sicuro il sistema pensionistico – VERO e FALSO

Più o meno. Le recenti riforme del sistema pensionistico hanno aiutato a migliorare la sostenibilità finanziaria di lungo termine, ma non possono far miracoli: l’Italia continuerà ad avere una spesa pensionistica superiore alla media europea.

La coperta è corta

Ad eccezione di qualche categoria privilegiata, complessivamente gli italiani vanno in pensione prima e con uno stipendio tutto sommato in linea con la nostra economia. Ed è proprio su questo punto che bisognerebbe investire: occupazione e crescita economica. Purtroppo, troppo spesso ci dimentichiamo che la nostra incapacità di produrre reddito si riflette inevitabilmente in una magra pensione.

In questo momento, non avendo risorse infinite, se si decide di abbassare l’età pensionabile o di aumentare gli stipendi pensionistici senza prendere alcuna contromisura, si finisce per togliere risorse da altre parti o per provocare un futuro aumento delle tasse. Prima o poi bisognerà fare i conti con questi numeri, e i mercati lo sanno. I politici italiani meno, oppure fanno finta di non saperlo.

Accumulare soldi, un metodo SEMPRE CONVENIENTE E VINCENTE rispetto al conto corrente/deposito

Gli Italiani accumulano soldi su conti correnti e su conti deposito, invece dovrebbero investirli in un PAC, acronino di <<Piano di Accumulo di Capitale>>.
La fonte delle: informazioni, dati, tabelle e grafici sono presi direttamente dal sito MoneyFarm (http://blog.moneyfarm.com/it/investire/pac-alterantiva-conto-corrente).

Il Pac è l’alternativa sicura a mettere i soldi sotto il materasso

Il Piano di accumulo capitale è una soluzione che prevede il versamento periodico di una somma di denaro stabilita inizialemente dal risparmiatore insieme al suo consulente finanziario in uno strumento di investimento, come fondi comuni di investimento, una gestione patrimoniale, una polizza assicurativa-finanziaria, ecc. .

Il Pac è uno strumento estremamente flessibile, la somma di denaro si può ridurre, incrementare, mettere in pausa o fermare, in base al momento della vita del risparmiatore. Il Pac, da me proposto alla mia clientela, prevede la possibilità di disinvestire in ogni momento, senza alcuna penale.  Il Pac prevede un costo complessivo che la somma di una serie di singoli costi che corrispondono:

  1. Commisione di sottoscrizione, azzerabili
  2. Commissioni di gestione, suddivise in percentuale tra il gestore dello strumento finanziario, la società di consulenza e il consulente finanziario.

Aggiungendo nuove somme di denaro con cadenza periodica, consigliata quella mensile (più efficiente), il prezzo di acquisto varia di volta in volta a seconda dell’andamento degli strumenti. Per via delle oscillazioni di mercato, dunque, capiterà di acquistare gli strumenti a prezzi più o meno alti.
Il prezzo medio di acquisto tenderà di conseguenza a normalizzarsi, riducendo il rischio legato alla tempistica di ingresso nel mercato.

L’alternativa sicura al conto corrente

Il Pac è lo strumento ideale per tutti i risparmiatori che vogliono costruire un gruzzolo per il futuro più sicuro, tramite una sana r consapevole disciplina di risparmio.
Il Pac è lo strumento anche adatto gli investitori prudenti, che vogliono entrare in punta di piedi e gradualmente nei mercati finanziari.

“Per mostrare come il Pac costituisca un’alternativa sicura al semplice accumulo, abbiamo preparato una simulazione basata su dati storici reali. Abbiamo messo alla prova il Pac con il semplice risparmio sul conto corrente. Abbiamo simulato i rendimenti del Pac con tutte le serie decennali che si sarebbero presentate dal 1969 a oggi. Ciò che abbiamo scoperto è che il Pac sarebbe stata, con un orizzonte temporale giusto, una scelta in tutti i casi vincente.”

“Nel grafico, la linea grigia rappresenta il semplice accumulo di capitale, ovvero il risultato che otterresti se mettessi 100 € al mese “sotto il materasso”. Come puoi notare la linea cresce in modo lineare, perché l’aumento dello stock di capitale messo da parte è costante.

Le linee azzurro chiaro rappresentano tutti i possibili risultati che avresti ottenuto investendo 100 € al mese su di un portafoglio 60% azionario e 40% obbligazionario (portafoglio bilanciato). La simulazione prende in considerazione serie storiche reali (dal 1969 al 2016), che includono quindi anche i momenti di mercato più negativi del recente passato. In questo caso la crescita è ondulata, poiché riflette le oscillazioni di mercato.

La linea azzurro scuro rappresenta invece il risultato mediano* di tutte le linee azzurre. In tutti i casi è preso in considerazione un orizzonte temporale di 10 anni.

Ciò che balza subito all’occhio è che, dopo 10 anni, in nessun caso il Pac avrebbe avuto una performance inferiore al semplice accumulo di capitale. Come si può riscontrare dalla tabella, più l’orizzonte temporale si allunga, più i Pac in perdita rispetto al semplice accumulo diminuiscono fino a raggiungere lo 0% dei casi.”

La simulazione, dimostra chiaramente come il Pac sia una soluzione migliore rispetto al semplice accantonamento. A fronte di un rischio di mercato limitato, che tende a diventare nullo man mano che il periodo dell’investimento si allunga, con il Pac otterresti un risultato migliore nella stragrande maggioranza dei casi. In media un Pac ti avrebbe portato un profitto circa 6,000€ (ovvero il 50% di quanto saresti riuscito ad accumulare in 10 anni).

Mi rivolgo a Voi risparmiatori che tenete i soldi sul conto corrente o sotto al materasso, ricordandoVi che il mondo è cambiato, è nato il BAIL IN bancario e invece da sempre ci sono i ladri che entrano in casa.

Mettete da parte i Vostri sudati soldi/risparmi con un metodo SEMPRE CONVENIENTE E VINCENTE.

Sul mio sito trovate tutte le informazioni per metterVi in contatto con me, Daniele Bioletto Consulente Finanziario iscritto all’albo con delibera Consob n. 14088 del 27/05/2003.

Quel rischio che nessuno conosce

Gli italiani sono ansiosi quando si devono occupare di investimenti. Non sanno valutare la pericolosità degli strumenti e scelgono soprattutto sulla base dei consigli degli amici. E’ ora di cambiare.

I risparmiatori italiani devono capire che bisogna affidarsi ad un esperto finanziario assicurativo e che devono pagare il lavoro svolto dal professionista.

Permettetemi un paragone per me appropriato ma un pò forte, tra un Consulente Finanziario ed un Dottore Specialista.

Il Dottore si occupa di un argomento importante la Salute.

Il paziente va dal medico solo quando sta male, potrebbe andarci prima per fare una visita di controllo ed evitare di stare male? Si, ma non lo fa.

Dal medico pretende che risolva il suo problema di salute, grave rischia la vita oppure semplice come la tosse.

Il medico la prima cosa che fa, sono delle domande prima generiche e poi sempre più precise, ascolta le risposte, valuta la situazione (legge gli esami clinici) in base alla sua esperienza e quella dei suoi colleghi, ed infine emette la diagnosi.

La diagnosi a volte è la cura definitiva altre volte è richiedere ulteriori accertamenti, in altri casi deve dire che non esiste la cura.

Il medico compila la parcella, il paziente accetta sempre la diagnosi, non può fare diversamente e anche se non soddisfatto o contento, PAGA il dottore.

Il Consulente Finanziario si occupa di un argomento importante il Risparmio, il denaro che non da la felicità ma in caso di problemi esempio: di Salute può aiutarci in modo diretto pagando la prestazione sanitaria o in modo indiretto pagando il premio della polizza assicurativa che provvede a pagare la prestazione sanitaria.

Il Consulente Finanziario è una persona esperta, che ha una qualifica professionale riconosciuta dallo Stato italiano, che per lavorare paga di tasca propria gli organi pubblici di controllo, terze parti, Consob e APF che controllano che faccia bene il suo lavoro a tutela dei clienti/risparmiatori/investitori.

Il cliente va dal CF solo dopo che con il fai da te, con il parere degli amici e con la sua banca, di cui è sempre il miglior cliente, ha avuto perdite, è stato fregato, ecc. e vuole non delle risposte come dal Medico, ma che il CF recuperi tutti i suoi risparmi persi, ovviamente senza rischio, con la garanzia che da adesso non perderà il proprio denaro e che i rendimenti siano fuori mercato e che ogni anno guadagni sempre.

Il Consulente inizia con il fare domande generali quali: composizione del nucleo famigliare? Chi porta a casa il reddito? A quanto ammonta il reddito famigliare? Se il cliente è in casa di proprietà o affitto? Ecc. Poi passa a domande più precise: A quali progetti e/o esigenze serve il risparmio (per i figli, casa, pensione, non si sa mai, ecc.)? Quanto tempo abbiamo a disposizione per realizzare i progetti? Quale capacità di sopportazione di eventuali oscillazioni negative ha il risparmiatore? Ecc.

Il CF ascolta con attenzione, valuta la situazione, predispone un piano sia finanziario (allocazione del risparmio) sia temporale e lo espone al risparmiatore tramite la Raccomandazione di investimento.

Per il risparmiatore è tutto finito, NO.

Il CF spiega al cliente che il suo lavoro come quello del Medico non ha certezze e che deve essere pagato.

Come il risparmiatore può pagare il lavoro svolto, tramite una parcella oppure tramite una percentuale sui costi che il risparmiatore deve sostenere per l’esecuzione della Raccomandazione di investimento (commissioni di sottoscrizione degli strumenti finanziari).

Infine il CF spiega al risparmiatore che dopo la sottoscrizione del contratto, lui continuerà a seguire il risparmiatore nel tempo e che il suo lavoro sarà pagato o con emissione di parcella o con una percentuale dei costi sostenuti dal risparmiatore come commissioni di gestione degli strumenti finanziari sottoscritti.

Questo è il corretto modo di gestire il proprio risparmio.

Le statistiche precise sulla situazione italiana leggi l’articolo su MorningStar
http://www.morningstar.it/it/news/161949/quel-rischio-che-nessuno-conosce.aspx

TFR vs. FONDI PENSIONE: i secondi VINCONO alla GRANDE

Buon giorno, cari lettori, sono passati 10 anni da quando nel 2007 i lavoratori dipendenti italiani hanno dovuto scegliere se investire il proprio TFR acquisendone il possesso e il controllo oppure lasciarLo in azienda perdendone il possesso e il controllo.

Bene anzi MALE, l’80% ha deciso di lasciarlo in azienda sbagliando clamorosamente, facendo la scelta meno efficiente.

Vediamo gli svantaggi/rischi del TFR in un azienda con meno di 50 dipendenti allo 01/07/2007:

  1. Fallimento dell’azienda, il TFR viene erogato dal Fondo di Garanzia che NON garantisce il 100% del montante di ogni dipendente, cioè il lavoratore può prendere meno soldi di quanto gli spetta e non può farci niente.
  2. Il TFR viene erogato dall’azienda in base alle disponibilità del momento (l’azienda ha un obbligo di liquidazione fino al 10% della forza lavoro oltre decide lei), quindi può avvenire a tranche, di importi variabili e prolungato nel tempo e NON tutto (quello stabilito dalla legge) subito come servirebbe al lavoratore.
  3. Il TFR può essere dato al lavoratore dopo almeno 8 anni di servizio presso la stessa azienda per 3 motivi: acquisto e/o ristruttuzione casa propria o dei figli, spese sanitarie gravi nella misura massima del 70% di quello accantonato e rispettando sempre le regole del punto 2.
  4. Il TFR può essere ottenuto una sola volta nel corso del rapporto di lavoro.
  5. La rivalutazione del TFR è calcolata in base alla formula 1,5% + 75% dell’inflazione, e viene fatta il giorno 31/12 con riferimento all’anno precedente, cioè il 31/12/2016 è stato aggiornato il rendimento del TFR al 31/12/2015 per vedere quello del 2016 dobbiamo aspettare il 31/12/2017.
  6. Il TFR viene tassato con l’applicazione dell’aliquota media IRPEF calcolata sugli ultimi 5 anni di reddito del lavoratore. Minimo 23% massimo 43%.
  7. Il rendimento del TFR Netto dal 01/01/2007 al 31/12/2016 è stato del 25,22%.

Vediamo ora gli svantaggi/rischi del TFR in un azienda con più di 50 dipendenti allo 01/07/2007:

 

  1. Il TFR viene versato in un fondo di tesoreria presso il ministero dell’economia, questi soldi vengono prelevati ed utilizzati (senza essere reintegrati) dallo Stato per i più disparati motivi: coprire la spesa corrente, rimborsi elettorali, alle Poste, per colmare il debito con le Ferrovie, ecc..
  2. Il TFR viene erogato dall’INPS, che richieda all’azienda di anticiparli in base alle disponibilità aziendali del momento (l’azienda ha un obbligo di liquidazione fino al 10% della forza lavoro oltre decide lei), quindi può avvenire a tranche, di importi variabili e prolungato nel tempo e NON tutto (quello stabilito dalla legge) subito come servirebbe al lavoratore.
  3. Il TFR può essere dato al lavoratore dopo almeno 8 anni di servizio presso la stessa azienda per 3 motivi: acquisto e/o ristruttuzione casa propria o dei figli, spese sanitarie gravi nella misura massima del 70% di quello accantonato e rispettando sempre le regole del punto 2.
  4. Il TFR può essere ottenuto una sola volta nel corso del rapporto di lavoro.
  5. La rivalutazione del TFR è calcolata in base alla formula 1,5% + 75% dell’inflazione, e viene fatta il giorno 31/12 con riferimento all’anno precedente, cioè il 31/12/2016 è stato aggiornato il rendimento del TFR al 31/12/2015 per vedere quello del 2016 dobbiamo aspettare il 31/12/2017.
  6. Il TFR viene tassato con l’applicazione dell’aliquota media IRPEF calcolata sugli ultimi 5 anni di reddito del lavoratore. Minimo 23% massimo 43%.
  7. Il rendimento del TFR Netto dal 01/01/2007 al 31/12/2016 è stato del 25,22%.

Vediamo ora il TFR in un Fondo Pensione:

  1. Circa la possibilità di fallimento è la stessa legge che esclude questa possibilità. L’ Art 15 comma 5 dlvo 252/05 così recita:
    Ai fondi pensione si applica esclusivamente la disciplina dell’amministrazione straordinaria e della liquidazione coatta amministrativa, con esclusione del fallimento, ai sensi degli articoli 70, e seguenti, del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, e succes-sive modificazioni ed integrazioni, attribuendosi le relative competenze esclusivamente al Ministro del lavoro e delle politiche sociali ed alla COVIP.
    Come si vede il lavoratore ha una tutela in più rispetto al cittadino che fa investimenti con altre modalità, magari per lo stesso scopo.
    Il decreto legislativo sulla previdenza complementare obbliga i Fondi a versare i contributi degli aderenti e le quote di Tfr presso una Banca Depositaria che poi saranno investiti da un gestore finanziario esterno. Anche in questo caso la tutela è massima. I titoli depositati in una banca senza possedere azioni dell’istituto stessi, questi sono solo conservarti nel deposito di una banca e non corrono alcun rischio. Il bail-in non colpisce gli asset finanziari non emessi dalla banca depositaria. Ma i fondi non possono acquistare neppure  titoli della banca depositaria ed è un’ottima scelta.
  2. Il TFR viene erogato dal fondo pensione, sempre e quante volte vuole il lavoratore, per Spese sanitarie in qualsiasi momento, per acquisto e/o ristruttuzione casa propria o dei figli e per ulteriori esigenze senza giustificazione passati 8 anni dalla data di prima adesione ad una qualunque forma di previdenza complementare.
  3. La rivalutazione del TFR è dipendente dalla tipologia di gestione finanziaria scelta dal lavoratore con la possibilità di investire anche in linee garantite.
  4. Il TFR viene tassato con l’applicazione dell’aliquota variabile tra il 15% ed il 9% in caso di cessazione definitiva dell’attività lavorativa o per periodi superiori ai 13 mesi di inoccupazione o per spese sanitarie stabilite dal S.S.N.. Negli altri casi di anticipazione aliquota fissa pari al 23%.
  5. Il rendimento del TFR nei fondi pensione dal 01/01/2007 al 31/12/2016 è stato mediamente del 25% superiore a quello in azienda, nonostante tutte le grandi crisi che si sono susseguite negli anni e di cui ancora oggi qualcuno dice di vederne gli effetti, NON SU RENDIMENTI DEI FONDI PENSIONE.

La scelta contrarian fatta dal 20% dei lavoratori si è rivelata quella vincente.

Infatti i lavoratori iscritti ai fondi pensione oltre ad aver avuto dei guadagni molto buoni, hanno potuto usare i propri conti previdenziali per attingere risorse con cui affrontare le necessità quotidiane, comprese la perdita del posto di lavoro.

Riflessione finale, ma se razionalmente è così conveniente l’adesione ai fondi pensione, perchè oggi solo una minoranza vi aderisce?
L’errore stà nella volontarietà, che lascia soli i lavoratori, liberi più spesso di sbagliare che di fare il proprio interesse.

ALLORA

fatevi guidare da un consulente finanziario previdenziale indipendente che ha ben chiara la sua missione: aiutare i propri clienti a guadagnare, secondo una corretta pianificazione famigliare/previdenziale senza mai dimenticare la finalità prima della consulenza: la tutela dei propri clienti.

Daniele Bioletto Consulente finanziario di Consultinvest Investimenti Sim

 

Mancate decisioni: rischi e costi per chi non decide.

I costi associati alle mancate decisioni sono molto difficili da stimare, raramente infatti si ha la controprova di come sarebbero andate le cose se avessimo fatto scelte differenti. Vista la certezza della riduzione progressiva della spesa previdenziale da parte dello Stato (lo stesso vale per la spesa assistenziale), ciò non vale: è infatti possibile stimare con ragionevole certezza quali siano le conseguenze di una mancata decisione in merito all’adesione a forme di previdenza complementare.
Per trattare questo argomento prendo in prestito un articolo pubblicato il 5 ottobre 2016 sull’inserto PLUS del quotidiano Sole 24 ore a firma del giornalista Marco lo Conte dall’ eloquente titolo: Pensioni, tutti i costi del procrastinare, di seguito ne riporto il testo:
“Alzi la mano chi non ha almeno una volta rinviato la decisione su cosa fare della propria pensione. Solo dieci anni fa il silenzio/assenso sul trattamento di fine rapporto, vide alla finestra circa il 40% di lavoratori, che preferirono «MANTENERE IL TFR IN AZIENDA»; intanto vediamo come va, hanno detto, poi se ne parla. Siete tra questi? (per una conferma dell’efficienza del vostro attendismo vi rimandiamo ai nostri molti articoli che abbiamo fatto e che faremo a bilancio di questa ricorrenza; per inciso i fondi hanno reso circa il 50% contro il 27% del Tfr).
Sappiate che in questo caso siete in buona compagnia: da un recente sondaggio di Gfk Eurisko per M&G Investment emerge che il 48% degli italiani pensa di aver cominciato a risparmiare troppo tardi. Peccato. E ora? Ora rischia di essere tardi, visto che per costruirsi una pensione servono decenni e non sono consentite facili scorciatoie. Il 57% ora è preoccupato per quando smetterà di lavorare. Un timore che fa fatica a tradursi in contromisure: com’è noto, aderisce ai fondi pensione solo una minoranza di lavoratori, che spesso versa poco e altrettanto spesso chiede anticipazioni. Ma si inizia almeno a percepire il tema come un problema da iniziare a prendere in considerazione, se è vero quanto emerge dai dati di un comparatore di strumenti previdenziali come il portale Facile.it, secondo il quale a settembre le navigazioni riguardanti fondi pensione e Pip sono triplicate rispetto allo scorso anno. Interessante capire chi è in cerca di soluzioni per il proprio futuro: per oltre la metà sono dipendenti privati, mentre gli autonomi sono circa un quarto, nel 10% dei casi i genitori fanno i calcoli per le esigenze future dei propri figli. I click di chi è nella fascia 25-34 anni sorpassano (21%) quelli di chi ha tra i 35 e i 44 anni (18%).
È un buon inizio? Di inizi e di buone intenzioni si sa di cosa sono lastricate le porte. Ma quanto costa procrastinare una decisione del genere? Dieci anni possono pesare oltre il 6% del complessivo tasso di sostituzione (rapporto tra primo reddito pensionistico e ultimo stipendio), mentre se il rinvio è di 20 anni si può stimare una pensione più magra dell’11% circa. Su 1.500 euro al mese, per capirci, se ne incasserebbero solo 1.335.” Visto quanto citato dal giornalista, appare evidente la necessità di sensibilizzare i Clienti sul costo delle mancate scelte: è importante che i miei clienti siano consapevoli di ciò che li attende e che possano quindi scegliere con coscienza cosa comporta posticipare la scelta di integrare la pensione con forme quali, ad esempio, il Piano Individuale Pensionistico di tipo assicurativo (PIP) o un Fondo Pensione Aperto (FPA).

E’ possibile investire e guadagnare senza correre rischi?

Riporto un articolo tratto da Risparmiamocelo.it

“C’era una volta un tacchino, … vi chiederete e questo cosa c’entra con l’investimento e con gli investimenti sicuri? Tra poco lo scoprirete.

Dall’ultima indagine Consob emerge che gli italiani hanno un obiettivo: investire in prodotti ad alto rendimento e basso rischio. E’ giusto fare chiarezza: la ricerca dell’investimento sicuro ma redditizio è una costante, ed è frutto soprattutto della scarsa alfabetizzazione finanziaria dei risparmiatori. Il mondo della finanza non è ancora riuscito ad inventare questo tipo di prodotto anche se nel corso degli anni molto spesso le promesse di chi confeziona prodotti di investimento cercano di cavalcare questi bisogni: “Cedola garantita 3%”, “Obbligazioni bancarie con rendimento del 4%”, “conti deposito”.

Ne abbiamo parlato più volte nelle pagine di questo blog per cercare di trasmettere due concetti:

–       chi vi promette rendimenti senza rischi sta bluffando;

–       il rischio è una componente certa dell’investimento e deve essere gestito, evitarlo non è né possibile né conveniente.

Nel video, grazie alla metafora del tacchino di Bertrand Russel cerchiamo di capire come il passato di un investimento sia un pessimo consigliere per le scelte future e ciò che si è dimostrato sicuro e privo di rischio in realtà può riservare brutte sorprese per gli investitori. Sui mercati finanziari spesso i movimenti sono imprevedibili dunque, se il passato di un investimento ce lo fa percepire come stabile e poco volatile è sbagliato inferire che sarà così per sempre.

E’ dunque sbagliato andare alla ricerca dell’investimento sicuro, è necessario invece capire quali sono le nostre esigenze. quali sono i rischi che corriamo se investiamo in determinati prodotti finanziari e come gestirli affinché diano maggior valore nel tempo.”

 

La filosofia di investimento che sta alla base di tutti i servizi da me offerti, è fondata sulla Consulenza finanziaria.
Offro un servizio di consulenza di alta qualità, basata sulla continua ricerca delle soluzioni di investimento migliori, in funzione delle esigenze del Cliente.
Avvalendomi di una vasta gamma di strumenti di investimento, mi rivolgo ad Investitori che desiderano essere protagonisti delle proprie scelte e che cercano un Partner in grado di suggerire le opportunità periodicamente disponibili sui mercati finanziari e gli strumenti più adatti a raggiungere gli obiettivi di investimento definiti.

Vi ricordo che è possibile la consulenza Advice, cioè i vostri risparmi restano dove sono ma vengono trovati i corretti strumenti finanziari e non quelli che servono o rendono solo alla banca.

Coop, la trappola del prestito sociale

Buon giorno, oggi parliamo di “LIBRETTO COOP“, chi pensa sia un libretto di risparmio come quelli bancario e postale, commette un grave errore.

Il prestito sociale COOP è stato oggetto di servizi giornalistici del “Fatto Quotidiano” e di “Report Rai 3” nei quali si parlava di risparmio svanito nel nulla per decine di migliaia di soci COOP che hanno perso tutto. Nei casi recenti delle banche italiane, nessun correntista o proprietario di libretto bancario fino a 100mila euro ha perso 1 centesimo€, nei libretti COOP hanno perso tutto saldo zero€.

Il libretto di risparmio è uno strumento di investimento semplice che consiste nel depositare denaro presso un istituto di credito sul quale maturano interessi, in cui l’unico rischio è rappresentato dall’insolvenza della banca.

Il rischio è mitigato:

  • dalla normativa bancaria stringente che costringe le banche a maggiori obblighi di trasparenza.
  • dal FONDO INTERBANCARIO TUTELA DEL DEPOSITO. In caso di fallimento della banca ti viene restituito comunque il capitale investito fino ad un massimo di 100.000 euro per depositante.

Nel caso della Coop invece le cose non stanno proprio in questo modo. Benché le modalità operative, versamenti, prelievi ed annotazioni delle operazioni avvengano con la stessa modalità prevista per il libretto di risparmio, ecco perché viene denominato  “libretto coop”, dal punto di vista giuridico siamo dianzi a due forme di risparmio totalmente differenti.

Quanto praticato dalla Coop è un vero e proprio prestito sociale Coop. Ciò significa che quando versi il tuo capitale sul conto corrente della Coop, lo stai facendo nella natura di socio e te ne assumi tutti i rischi.

Anche in questo caso la restituzione del capitale è legata al rischio di insolvenza della cooperativa. Ma con la netta differenza che la Coop non essendo riconosciuta come ente dedito  alla raccolta ed alla gestione del risparmio, non può aderire al fondo di garanzia.

I vostri soldi quindi sono meno sicuri!

Infine la mancata autorizzazione alla raccolta ed alla gestione del risparmio non sottopone la Coop ad attività di vigilanza da parte della Banca d’Italia, né richiede maggiori obblighi di trasparenza in termini di informativa contabile.

Un consiglio per tutti, quando hai dei dubbi rivolgiti sempre ad una persona esperta…Ogni famiglia dovrebbe avere esattamente come accade per il medico, commercialista e avvocato, un consulente finanziario di propria fiducia.