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Il risparmiatore italiano è rimasto ai titoli di Stato e agli immobili

Il risparmiatore italiano è rimasto ai titoli di Stato e agli immobili

Dal dopoguerra ai giorni nostri tre fattori hanno condizionato la vita finanziaria degli Italiani:

  • un stato sociale molto sviluppato e concolone (privilegi)
  • tassi di interesse molto elevati (anche oltre il 10%)
  • boom immobiliare (1° e 2° casa, investimento)

Questi tre fattori combinati tra loro hanno portato gli italiani e crogiolarsi sugli allori e a NON maturare una sana e consapevole pianificazione finanziaria dei propri soldi.

A partire dal dopoguerra fino a qualche decennio fa, siamo stati accuditi da un “buon padre di famiglia”: lo stato. Una mano invisibile ma sempre presente che proteggeva le nostre vite dalla culla fino alla  pensione. Scuola, sanità, servizi pubblici, cassa integrazione, assistenza per invalidità, previdenza, etc.. erano tutti servizi offerti dal nostro stato sociale.

Abbiamo vissuto per oltre 70 anni protetti da una spessa campana di vetro che ha fatto maturare nella nostra testa convinzioni e comportamenti finanziari che nel tempo sono divenuti abitudini consolidate. Non era necessario preoccuparsi economicamente di eventuali cure mediche per malattia, né di  pagare la scuola o l’università dei figli, men che meno di accantonare qualche soldo per la vecchiaia in quanto tutto, ma proprio tutto, era garantito ed assicurato dallo Stato.

In ragione di questo stato di cose gli italiani  hanno eliminato dalla loro vita finanziaria il concetto del TEMPO, non era percepito importante trasferire nel tempo i propri risparmi, investendoli  per periodi più o meno lunghi, perché alle incertezze del futuro ci pensava lo “stato”:
non ho bisogno di investire nel lungo periodo per coprire le mie esigenze future, a quelle ci pensa lo stato sociale.

In questo modo non bisognava rinunciare oggi al risparmio, non serviva spostare il denaro dal conto corrente verso delle soluzioni per impiegarlo nei prossimi 10 o 20 anni al fine di realizzare un obbiettivo o di soddisfare un’esigenza.

Tanto se andava dopo 20 anni c’era sempre il supporto della mano invisibile dello stato che garantiva quell’esigenza. Per questo motivo era percepito molto conveniente lasciare i soldi risparmiati sempre disponibili, in modo da poterli utilizzare liberamente ad ogni evenienza.

Fig. 1  Ancora oggi la liquidità nei portafogli degli italiani la fa da padrone in tabella i dati del 2016 elaborati da Prometeia – IPSOS relativi all’anno 2016

E fu proprio così che gli italiani hanno messo i loro soldi nei Titoli di Stato (BOT, CTZ, CCT) e nei Buoni Postali, si trattava di  titoli garantiti dallo stato con scadenza a breve, medio termine  ( 3/6/12 mesi, 2/7 anni) e rendimenti elevati.

Il successo del  Bot e del Libretto Postale era dovuto principalmente a tre fattori: erano  SICURI, LIQUIDABILI e RENDEVANO BENE. Tutto quello che gli italiani desideravano.

Fig. 2. Fonte: Mediobanca (dati 1984- 2016)

Negli anni ottanta, ad esempio, un BOT poteva rendere in media il 15% fino ad arrivare a punte del 22%! Ed anche se il rendimento “reale”, cioè quello al netto dell’inflazione (vedi fig.2), spesso risultava essere negativo, pochi se ne preoccupavano, tutti erano persuasi del fatto che si stesse facendo un affare.

Fu proprio grazie alla sottoscrizione di questi strumenti che il risparmiatore italiano:
si convinse che era sempre possibile investire nel breve periodo con un alto rendimento e senza correre rischi

La presenza di uno stato sociale forte spinse poi i risparmiatori italiani sin dagli anni cinquanta, a maturare l’idea di poter acquistare la prima casa magari facendo un mutuo e dando come anticipo i pochi risparmi accumulati.

Dipendenti, artigiani, piccoli imprenditori, commercianti, tutti ad indebitarsi per  costruire o acquistare casa ed anche qui, lo si poteva fare con serenità, sempre perché lo stato garantiva l’assistenza per ogni cosa. E  chi proprio non poteva permettersi una casa tutta sua? La risposta a questo punto è semplice, godeva degli alloggi popolari costruiti dallo stato.

In questi anni il risparmiatore italiano si convinse che:
l’investimento più sicuro e redditizio è l’immobile

Non pensate che odio la casa, è una buona cosa, l’accumulo di ricchezza attraverso beni immobiliari è stato molto importante per il nostro paese, anche se bisogna comprendere che oggi tutti questi immobili risultano poco protetti, lasciati in balia del tempo e del meteo. Meno del 30% delle case comprese le case dove si abita posseggono una copertura assicurativa.

In questo modo gli italiani devono usare la loro liquidità (cifre importanti migliaia e decine di migliaia di euro) per coprire gli imprevisti quando con qualche centinatio di euro (3/4 € al giorno) possono acquistare una protezione migliore.

Oggi il mercato è completamente differente e nella pianificazione del nostro patrimonio non affiancare all’investimento immobiliare un altrettanto importante protezione assicurativa è un enorme errore.

Fig.3. Fonte: Il Sole 24 Ore su dati Banca d’Italia.

Se diamo uno sguardo alla ricchezza complessiva degli italiani vediamo che su 10.000 Miliardi di euro ben il 60%  è in immobili e meno di 1/3  (31%) in attività finanziarie.

Il paradosso è che negli ultimi dieci anni, se da un lato, si è notevolmente ridotto  il valore delle abitazioni rispetto ai primi anni del 2000, dall’altro, la quota di immobili sulla ricchezza netta è aumentata di oltre il 2% dal 2005 al 2017. Attualmente oltre il  70% degli italiani detengono almeno un immobile. (Fonte: ISTAT – RAPPORTO ANNUALE 2019 | La situazione del Paese – 20 giugno 2019). Questo dimostra come ancora oggi molti italiani  considerino l’acquisto di una casa come l’unico investimento sicuro e conveniente, capace di generare attraverso la locazione un’ottima rendita.

Troppo spesso però queste convinzioni si fondono solo sul percepito, senza essere confutate da precisi calcoli, in grado di dimostrare l’effettiva convenienza di un simile investimento. Chi è intenzionato ad investire in immobili in modo consapevole non si affida alle percezioni, alle sensazioni del momento, ma si concentra sugli effettivi dati finanziari  facendo “di conto”  e confrontando tale risultato con eventuali investimenti alternativi.

Insomma bisogna imparare che lo “Stato Sociale” con la sua mano invisibile non è più presente come una volta, non  ci sono più “pasti gratis” molti servizi non sono più garantiti e dovremmo pensarci noi con i nostri risparmi. Si riducono in modo drastico ed irreversibile l’assistenza sanitarie garantita per malattie, infortuni, inabilità.

Le continue riforme previdenziali, hanno  ridimensionato l’assegno pensionistico che incasseremo nel periodo post-lavorativo. Il sistema scolastico  pubblico sempre più in difficoltà per mancanza di fondi, costringe le famiglie che vogliono offrire ai loro figli una formazione di qualità a sostenere elevati costi.

E così via…

Infine, se in questo nuovo scenario (riduzione stato sociale, riduzione del valore reale degli immobili) consideriamo anche  che i tassi di interesse si sono praticamente azzerati (l’epoca del 20% annuale sui BOT  non tornerà più) diventa chiaro che dobbiamo cambiare modo di pensare.

Questo costante ed inesorabile cambiamento sociale, ci dice che è doveroso passare dalla gestione del risparmio alla pianificazione degli investimenti. Per fare ciò bisogna comprendere bene la reale differenza tra risparmiatore ed investitore.

Il risparmiatore è colui che trattiene una parte del proprio reddito e la lascia lì, in bella mostra sul conto corrente o nel cassetto di casa, in attesa di consumarla in futuro per un evento imprevisto o per l’acquisto di un bene. Non pianifica, non si pone obiettivi. Accumula i risparmi in attesa di “fare qualcosa”.

L’investitore invece, non si accontenta di accantonare parte del suo reddito ma vuole qualcosa in più, vuole aumentare la sua ricchezza impiegando i suoi risparmi nel tempo. Nel fare questo l’investitore si priva dei suoi risparmi per un periodo definito con l’intento di far crescere il capitale investito in modo da raggiungere un preciso obiettivo di vita (ad es. procurarsi la somma necessaria per iscrivere il figlio ad un master all’estero).

Certo il salto culturale non è semplice, quasi settant’anni di credenze e convinzioni stratificate nel tempo sono difficili da abbattere.

Bisogna cambiare modo di pensare e farsi aiutare da un buon pianificatore/consulente

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